venerdì 29 marzo 2024
Due studi fanno il punto su una figura cardine della mitologia della modernità, dalle affermazioni medievali alle nuove declinazioni contemporanee
“L’Ebreo errante”, illustrazione di Gustave Doré

“L’Ebreo errante”, illustrazione di Gustave Doré - WikiCommons

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Tra i miti della modernità ce ne sono alcuni che sempre ritornano, con variazioni, modificazioni che narrano la corsa del tempo. Tra questi uno è particolarmente ricorrente nelle sue molteplici manifestazioni: quello del viandante, di Ulisse o dell’ebreo errante, che sono due apparizioni complementari, ma non sovrapponibili dell’eterno mito dell’errare umano. Quell’errare che è spesso fonte di conoscenza, di crescita, di comprensione, di metamorfosi e di tolleranza, ma anche – come già suggerisce, non a caso, il termine - di errore. E l’“errando discitur” si presta al duplice significato. La più grande differenza dall’ebreo errante è che Ulisse torna a Itaca. Torna, eppure dopo aver fatto strage di Proci, riparte per ordine dei numi e per la sua natura errabonda. È così che incontriamo la suggestiva interpretazione del mito di Odisseo in Dante.

Ora il tema dell’erranza trova nella tradizione ebraico-cristiana la sua manifestazione più coerente come conferma un’opera saggistica veramente enciclopedica che propone una rivisitazione dell’antico mito: L’ebreo errante. Nuove prospettive su un mito europeo, (a cura di Fabrizio Franceschini e Serena Grazzini; Edizioni di Storia e Letteratura, pagine 496, euro 28,00, con ricco apparato iconografico). Una raccolta imponente di saggi che illustrano e ricostruiscono la figura dell’ebreo dalle testimonianze medievali fino alle sorprendenti riapparizioni nella contemporaneità.

La svolta nell’edificazione del mito è rappresentata dal Volksbuch del 1602, dal “libro popolare” (testi stampati su carta dimessa d’immensa diffusione come prova l’immediata fortuna immediata del Faust nel 1587). Come annuncia il titolo assai barocco, si tratta della Breve descrizione e racconto di un Ebreo di nome Ahasvero che è stato presente alla crocefissione di Cristo, ha inoltre dato man forte a chi ha gridato il Crucifige contro Cristo in cambio di Barabba e dopo la crocefissione di Cristo non è più potuto tornare a Gerusalemme né ha più visto moglie e figli: e che da quel tempo è rimasto in vita. Il titolo è già un riassunto del libro che ebbe una circolazione straordinaria venendo subito tradotto nelle principali lingue europee. L’officina dei “libri popolari” era nella Germania luterana e in questo caso il racconto si rifà a una testimonianza di un vescovo. L’intera vicenda è ricostruita con attenta eleganza da Serena Grazzini nel saggio centrale Eterno e senza requie. Ahasverus e la redenzione sospesa dell’ebreo errante. Il mito parte dallo “sgarbo” che il calzolaio di Gerusalemme fece a Cristo che si era appoggiato alla parete della casa, immediatamente scacciato dall’artigiano. E mal gliene incolse. D’allora è condannato a peregrinare di terra in terra e ad attraversare indenne il transito per una nuova vita, per una nuova erranza.

Questo destino di maledizione gradualmente, con l’imporsi della modernità, comincia ad assumere altre valenze che potremmo dire “faustiane”: come Faust non arresta l’“attimo fuggente” così l’ebreo errante, der ewige Jude, l’ebreo eterno, comprende che nell’erranza si cela la sua missione: quella della diaspora ebraica con il comandamento di testimoniare in terra l’essenza, la presenza dell’Eterno, ovvero la verità del monoteismo, del “non avrai altro Dio fuori di Me”, di fronte a tutti i falsi idoli e dei dell’uomo moderno, che oggi sono quelli del consumismo, del materialismo, del sonno del sacro. I fili della storia s’intrecciano in garbugli intricati come il sionismo che vorrebbe abolire la diaspora.

Il movimento sionista, non accettato da Kafka, fu combattuto da uno dei massimi scrittori ebrei: Joseph Roth che riaffermò sempre la mission juive, il mandato universale degli ebrei tramite la diaspora. Roth s’impegna polemicamente per una rivalutazione della diaspora ebraica, dell’ebraismo come peregrinazione, nomadismo terreno e missione spirituale, in polemica con le correnti maggioritarie dei nazionalismi – incluso il sionismo - del primo Novecento: «Che ignominia non appartenere ad alcuna nazione? Ma dov’è l’infamia? […] Non è più onorevole essere uomo (un cristiano) piuttosto che un tedesco, un francese, un inglese? Mi sembra più piacevole stare tra le razze piuttosto che radicarsi in una di esse [...]. L’essere umano non è un albero. È una stupida caratteristica dei tedeschi di degradare i loro eroi paragonandoli a famose querce. La quercia è prigioniera e l’uomo è libero […]. Dio ha dato all’uomo gambe e piedi affinché vada sulla terra, che è sua. Andare [ Wandern] non è una maledizione, bensì una benedizione». Certo Roth scriveva prima della persecuzione e dello sterminio nazista. Eppure vi è nella sua intuizione un seme di spiritualità metastorica che esalta il mito umanissimo dell’errare, quello di Faust, evocato anche da figure mitiche come il Golem e l’“Olandese volante”.

Questa visione dell’ebreo errante come condizione umana, tesa allo spirituale, viene ora riconsiderata nell’intenso e suggestivo saggio di Marcello Massenzio, Maestri erranti. Il rinnovamento della cultura ebraica dopo la Shoah (Einaudi, pagine 156, euro 19,00), che riprende i suoi precedenti studi sulla validità religiosa delle opere figurative di Marc Chagall, integrandole con saggi su Lévinas ed Elie Wiesel. Questa volta il focus è su una parusia dell’ebreo errante nella Parigi della Liberazione, dopo il 1945 «assurta a “Nuova Gerusalemme”; in questo quadro si staglia la figura misteriosa e affascinante di Mordechai Chouchani, un personaggio reale, circonfuso, al contempo, di un’aura mitica. Maestro venerato del filosofo Emmanuel Lévinas e di Elie Wiesel, scrittore e premio Nobel per la pace, ha avvolto la sua esistenza nel più fitto dei misteri – “un mistero sette volte sigillato” - occultando le proprie origini, il proprio passato, errando senza tregua da un paese all’altro, da un contente all’altro […]. Elie Wiesel ha creduto di scorgere in lui, con finezza, la reincarnazione dell’ebreo errante, divenuto maestro errante, capace […] di porre in salvo l’elemento fondante dell’identità ebraica, la Torah, nella prospettiva, sia pure incerta, di un nuovo inizio».

Tutti noi preferiremmo a certi politici israeliani attuali, M. Chouchani, ebreo errante, reale o romanzato che sia. Infatti che sia esistito resta in sospeso. Come sospesa è l’accesso all’esperienza mitica, già intuita da Kafka con Il disperso, Il processo e La metamorfosi. Possiamo registrare con queste nuove, significative pubblicazioni il rinnovato e non casuale interesse al mito dell’ebreo errante e alla sua nuova funzione di insegnamento e di apertura alla trasformazione spirituale al di là di ogni limite, di ogni razza e confine.

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