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Ovociti: la tratta delle "donatrici" bianche 
Assuntina Morresi
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​Il numero di trattamenti con donazione di ovociti (cioè eterologa al femminile, ndr) per superare l’infertilità è aumentato drasticamente sin dalla sua introduzione, 30 anni fa. In origine, la donazione di ovociti è stata sviluppata per aiutare le donne con insufficienza ovarica prematura. Adesso, l’uso di donatrici di ovociti di buona qualità è ampiamente finalizzato a donne di oltre 40 anni, che sono infertili per via dell’età». È l’incipit di un articolo da poco pubblicato sulla rivista scientifica Human Reproduction, dedicato agli effetti a lungo termine delle donazioni di ovociti, che ha il pregio di chiarire subito come una procedura di fecondazione assistita, inizialmente destinata a situazioni patologiche, nel tempo sia diventata una strada per aggirare il limite naturale della fertilità femminile, legato all’età. In questo senso si potrebbe parlare di una tecnica di enhancement, quel "miglioramento" degli esseri umani che i pensatori del transumanesimo hanno eretto a vessillo: potersi riprodurre a età sempre più avanzate, superando il limite del proprio corpo, anche utilizzando parti di corpi altrui (gameti, in questo caso).

Una pratica che è cresciuta velocemente negli ultimi anni: negli Stati Uniti dal 2000 al 2013 i trattamenti di eterologa femminile sono quasi raddoppiati – da 10.801 a 19.988 – mentre si stima che i nati in tutto il mondo con questa tecnica finora siano oltre 200mila (su 5 milioni di "figli della provetta" stimati finora). Gli addetti ai lavori lamentano da sempre la scarsità di ovociti a disposizione e le lunghe liste di attesa di chi vorrebbe accedere a questo percorso: ovociti che – si sa – non vengono quasi mai "donati" ma pagati, seguendo rigorosi criteri di mercato, cioè la legge della domanda e dell’offerta. Cheap white eggs: uova bianche a buon mercato, le hanno definite per esempio Tal e Amir durante un’intervista all’emittente Radiolab che ha fatto molto discutere. I due sono omosessuali israeliani che hanno fatto ricorso all’utero in affitto in una clinica nepalese, utilizzando come madri surrogate donne della vicina India e scegliendo da catalogo "donatrici" ucraine, perché i bambini – ne hanno avuti tre in questo modo, e tre embrioni sono congelati in Nepal – nascessero simili a loro. Preferibilmente a buon mercato, ma sicuramente bianchi. E alti, come la "donatrice" ucraina.

Quattro nazioni, quindi, e 150mila dollari per tre bambini, nonostante in Israele l’adozione per coppie gay sia legale dal 2008, perché, come ha spiegato Amir, era molto importante per loro avere bambini che fossero «realmente i nostri». Con un legame genetico, quindi, quello stesso negato per contratto alla poco costosa "donatrice" ucraina. Il mercato di ovociti segue regole diverse da quello dell’utero in affitto: è un mercato intrinsecamente razzista, perché è con i gameti che viene trasmesso il patrimonio genetico, e se i committenti sono prevalentemente ricchi bianchi occidentali il modello di riferimento avrà la pelle bianca. La possibilità per le coppie richiedenti di scegliere le principali caratteristiche fisiche di chi "dona" i propri gameti è decisiva per questo commercio: ci sono persino organizzazioni che trasportano direttamente le "donatrici" da un continente all’altro, pur di accontentare gli aspiranti genitori. La scorsa settimana il quotidiano Sydney Morning Herald ha reso noto che entro il mese di febbraio un primo gruppo di giovani donne dal Sud Africa – «quattro bianche dai 21 ai 30 anni» – arriverà in Australia per "donare" le proprie uova; in aprile un secondo gruppo di donatrici completerà un accordo che coinvolge complessivamente 14 coppie australiane che hanno richiesto "uova fresche".

Il costo a carico di ogni coppia è di 13.600 dollari, di cui 3.800 all’agenzia che ha organizzato il percorso e 2.500 per coprire le spese di soggiorno delle donatrici, che teoricamente non potrebbero essere retribuite, secondo la legge australiana, e che comunque hanno già spesati viaggio e soggiorno in un appartamento, «perché le ragazze possano restare insieme e condividere l’esperienza».
L’iniziativa è della «Known Egg Donors» di Città del Capo, fondata da Genevieve Uys, in passato "donatrice" a sua volta e madre genetica di sette bambini. La Uys ha dichiarato che le giovani sudafricane non sarebbero spinte da motivazioni economiche ma dal desiderio di aiutare altre donne a concepire, e dalla «prospettiva attraente» di un viaggio oltreoceano, precisando però – bontà sua – che non si tratta certo di un’avventura o di un capriccio ma di una scelta ben ponderata: una volta arrivate le ragazze dovranno sottoporsi a tutti i trattamenti necessari per produrre e cedere i propri ovociti pur avendo «tempo anche per giri turistici».

La donazione di ovociti in Sudafrica è anonima se fatta con un’agenzia, ma non in Paesi come l’Australia, dove non lo è. I "clienti" australiani hanno potuto scegliere avendo a disposizione tutte le informazioni possibili: foto, dettagli biografici, storie mediche... «Con la situazione di invecchiamento riproduttivo la domanda è elevata», conferma il dottor Warren, del Queensland Fertility Group, per il quale l’iniziativa dell’agenzia sudafricana costituisce sicuramente un passo in avanti.
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