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Froome, il cercatore d’oro
Pier Augusto Stagi
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Prima Parigi, poi Rio. Il ciclismo è sport di maglie e di colori, ma anche e soprattutto di luoghi. In questo caso, però, a solleticare la fantasia e le ambizioni del trentenne Chris Froome, non c’è solo una maglia, un colore e due luoghi, ma c’è soprattutto un oggetto che è simbolo dello sport: la medaglia olimpica. Inutile sottolineare che il conio a cui ambisce Froome è il più prezioso di tutti: l’oro.


Prima Parigi, poi Rio. In queste due città l’africano bianco (è nato a Nairobi, in Kenya e con la sua famiglia poi è vissuto in Sudafrica) sogna di poter realizzare i suoi sogni: terza maglia gialla al Tour de France, poi la caccia all’oro di Rio nella prova che più sembra disegnata per le sue caratteristiche tecniche: quella contro il tempo. Un’abbinata pazzesca ma non impossibile, riuscita alle olimpiadi di Londra proprio a quel Bradley Wiggins che nel 2012 riuscì, primo britannico della storia, a salire sul gradino più alto del podio di Parigi grazie proprio al lavoro prezioso e scrupoloso di Chris Froome, che per ragioni di squadra (team Sky) fu costretto a fare un passo indietro e accontentarsi del piazzamento d’onore. In quella fantastica estate del 2012, il baronetto della Regina fece girare la testa al popolo britannico che festeggiò di lì a poco anche l’oro nella prova contro il tempo. Quattro anni dopo, Froome sogna di poter fare altrettanto. Lui spera nella sacra abbinata, il massimo per un corridore ciclista, anche se lui ha già detto, dal ritiro invernale di Sky a Maiorca: «Se devo scegliere, prendo la terza maglia gialla, perché il Tour è il Sacro Graal dei ciclisti». I francesi gongolano, per le belle parole e i buoni propositi, l’entourage del keniota bianco anche. L’inizio di stagione parla di doppio lavoro per un doppio obiettivo, in modo da eguagliare l’impresa del grande nemico.


Come procede la preparazione?
«Ho scelto di correre di meno all’inizio di stagione – spiega Froome, che lo scorso autunno è diventato papà di Kellah – per cercare di arrivare più fresco nella fase centrale che è cruciale, con i Giochi dopo il Tour. Per il momento non voglio pensare ai miei avversari, sono concentrato su me stesso, sul lavoro che ho fatto e quello che dovrò fare. Certo, se penso al Tour penso che in Francia il mio rivale più pericoloso sarà Quintana. A 26 anni non sarà più il ragazzino inesperto che abbiamo apprezzato, ma comincia ad entrare nella fase in cui un corridore è maturo e può mettere a frutto l’esuberanza fisica con la maturazione mentale. Il colombiano vanta una vittoria al Giro e due secondi posti al Tour: sarà lui l’uomo da battere. Dietro a Quintana ci metto un corridore che non è più un ragazzino, ma ha una classe che pochi corridori possono vantare e un’intelligenza tattica infinita: Alberto Contador. Lo spagnolo non avrà il Giro d’Italia nella gambe e allora sarà davvero un contendente serio».


E Fabio Aru? Anche lui farà parte della contesa, nonostante in Francia sia al suo esordio…
«Fabio è tosto, un corridore che ho già incontrato alla Vuelta: è forte in salita ed è fortissimo nella testa. Non lo considero un semplice outsider, ma una reale minaccia».


Quest’anno, come compagni di squadra, avrà al proprio fianco due nuovi acquisti: Mikel Landa, terzo al Giro un anno fa e l’ex campione del mondo Michael Kwiatkowski.
«Mi chiedono tutti se c’è spazio per tre stelle così? Certo che c’è. E credetemi, di stelle non ci siamo solo noi tre, ma ogni nostro corridore potrebbe tranquillamente essere un capitano in un altro team. Prendete per esempio Geraint Thomas, che per buona parte dell’ultimo Tour è stato in lotta per il podio».


Il miglior Froome l’abbiamo già visto o dobbiamo ancora vederlo?
«Sento di potere ancora migliorare in molti aspetti. Per esempio, sulla posizione a cronometro, a cui ho dedicato molto tempo. Il vero Froome non l’avete ancora visto».


Lei ama la sua professione come pochi altri corridori. Cosa ama più della bicicletta?
«Mia moglie, il mio bimbo e la mia famiglia. Michelle (Cound, gallese, si è trasferita in Sud Africa con la famiglia quando aveva cinque anni. Fotografa e manager del marito, si sono sposati a sorpresa a fine 2014, ndr) è il mio amore. Quando ci sono mi piace aiutarla con il bambino, però lei è bravissima e se si tratta di svegliarsi di notte ci pensa lei affinché io possa riposare bene e essere pronto per gli allenamenti».


Michelle è la donna della sua vita, la Sky la squadra per la quale ha deciso di correre per sempre…
«Il mio contratto scadeva alla fine di quest’anno, ho deciso di prolungare fino alla fine del 2018 (non lo dice, ma il suo ingaggio si aggira attorno ai 4 milioni non di euro ma di sterline, al cambio 5 milioni di euro premi esclusi, ndr). Io qui ci sono arrivano nel 2010, quando Sky è entrata nel ciclismo. Sono felice di essere il leader di questo team nello squadrone britannico alla nascita, nel 2010».


Parigi e Rio, due luoghi nei quali Froome sogna di lasciare il proprio segno. Ma per l’Italia proprio non c’è posto…
«Io all’Italia devo molto. Sono diventato corridore alla Barloworld grazie a Claudio Corti. Ho vissuto per un po’ di tempo da voi e conosco anche la vostra lingua. So che nel 2017 il Giro festeggerà il Centenario. Sarebbe una bella occasione per pensarci. La doppietta del Giro col Tour e più difficile di quella Giro Vuelta e anche di Tour e Vuelta. Dipenderà dal percorso, dalle intenzioni della squadra, da tante cose. Ma l’Italia e il Giro sono nel mio cuore. Questo ve lo assicuro».
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