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Pallamano, ritorno al futuro
ROBERTO BRAMBILLA
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«Certo che l’ho vista, non è stata bellissima, si è giocata sulle difese ma era comprensibile, era una finale». Anika Niederwieser, 23 anni, pallamanista di Bressanone, un match come l’ultimo atto dei campionati europei maschili tra Germania e Spagna (vittoria dei tedeschi 24-17) giocato in Polonia se lo sogna forse la notte. Come lo sognano le sue compagne del team Esercito-FIGH Futura Roma, la squadra creata nel 2011 dalla Federazione Italiana Giuoco Handball per coltivare i talenti di un movimento che conta circa 34mila tesserati, 467 società e 758 squadre ma che a livello di risultati può contare medaglie ai Giochi del Mediterraneo e qualche apparizione tra Mondiali ed Europei, ma nessuna alle Olimpiadi. 


E proprio per inseguire il sogno a cinque cerchi i vertici federali hanno deciso di radunare le migliori giocatrici giovani italiane a Roma, al centro sportivo dell’Esercito della Cecchignola per formare un gruppo da far allenare e giocare insieme tutto l’anno. Tra di loro fin dall’inizio proprio Anika, che la pallamano ce l’ha nel sangue. «Ho cominciato alle medie - racconta la capitana -molti in famiglia, a partire da mia nonna e per finire a mio padre (Michael, ex portiere della Nazionale n.d.R), hanno giocato e io dopo aver provato altri sport mi sono innamorata della pallamano ». Un talento che a 19 anni, quando già aveva disputato un campionato seniores decide di sposare il progetto federale. «L’ho scelto perché mi permetteva - spiega Anika - di fare quello che mi piaceva e anche di iscrivermi dopo le superiori all’università».


E dopo quattro anni la sua vita si divide ancora tra campo e aule. «In una giornata normale mi alzo abbastanza presto per studiare o per andare all’università - racconta la 23enne - pranzo in caserma e pomeriggio con pesi in palestra e allenamento, o solo una delle due a seconda dei giorni». Una routine quotidiana, tra sport e non solo che condivide con le sue compagne, alcune delle quali conosce dal 2011. «Non siamo militari, ma viviamo in piccoli alloggi alla Cecchignola e facciamo in molti casi vita in comune».


E poi ci sono le partite. Nel 2011-2012 quelle del campionato di Serie A1, per tre stagioni fino al 2015 quelle del campionato ungherese, considerato tra i più competitivi a livello femminile e quest’anno i match di una tournée con i migliori club del continente. «Recentemente - racconta Niederwieder,- abbiamo perso solo di sei gol con il Buducnost che ha vinto la Champions League». Una scelta, quella di “emigrare” per le competizioni che Anika appoggia in pieno. «Ci ha aiutato ad alzare il nostro livello - spiega la pallamanista - abbiamo imparato molto, abbiamo acquisito tanta sicurezza, anche se ci manca ancora qualcosa sul piano fisico e della lucidità». Quel “qualcosa” che servirebbe alla Nazionale, di cui ragazze del team Esercito-FIGH Futura Roma costituiscono l’ossatura, per traguardi come la qualificazione ai Giochi, fallita a Rio ma che verrà ritentata nel 2020 e nel 2024, con la possibilità di avere Roma come sede. «Penso che ci si possa arrivare. Per allora avrò 32 anni ma giocare le Olimpiadi già è un sogno, poi se fosse in casa...», dice la 23enne alludendo alla candidatura di Roma.


Nel 2024 invece Pasquale Maione di anni ne avrà 42 e non sarà probabilmente più il capitano e il trascinatore della Nazionale maschile, con cui ha collezionato 124 presenze. A Roma eventualmente il pivot, la stella della Junior Fasano, club di Serie A ci verrebbe eccome, in qualsiasi veste. «Per esserci farei di tutto, riempirei pure le borracce». Un campione dell’handball azzurro, napoletano di nascita ma emiliano di adozione che ha vissuto da protagonista gli ultimi quindici anni di pallamano italiana e che ha cominciato quasi per caso. «Vivevo a Casalgrande in provincia di Reggio Emilia - racconta - un mio professore delle medie ci faceva giocare nelle ore di educazione fisica. Facevo altri sport, come nuoto e basket, ma lui insistette e così provai in una squadra. Non ho più smesso». Prima il titolo italiano giovanile sotto la guida di Pietro Palazov («lo considero il mio maestro», dice Pasquale) poi il passaggio con i “grandi”, a Rubiera. 


«Ebbi il primo contratto a 5 chilometri da casa dei miei - racconta - prendevo un buon rimborso, facevo quello che mi piaceva e mi davano pure dei soldi, in pratica un sogno». Da lì è iniziato il suo personale giro d’Italia, da nord a Bolzano fino a sud a Fasano, dove vive ora. Più di un decennio in cui ha visto cambiare la pallamano azzurra. «Quando ho cominciato era un’epoca in cui giravano più soldi - ricorda Pasqualenon c’era limite di stranieri e vedevi più classe, ma anche meno ragazzi italiani che potevano trovare spazio in squadra. Con la crisi - prosegue il pivot - molte società hanno avuto difficoltà e con la regola di un solo straniero ora hai 7-8 ragazzi cresciuti in Italia che giocano con continuità». Ragazzi che magari, a differenza di molti sportivi, hanno un altro lavoro. «Io sono “privilegiato” perché la pallamano mi ha sempre dato da mangiare, mentre ci sono ragazzi che giocano e studiano o magari hanno un’altra occupazione, chi in officina chi come impiegato». Una situazione quella italiana che Pasquale ha potuto mettere a confronto con quella del campionato spagnolo, dove ha militato per una stagione a Cuenca. «Quando giocavo io - racconta c’erano ancora tante risorse. La passione è tanta, come in Italia, ma diverso era il livello tecnico, sia per le disponibilità delle varie squadre che per la diffusione che ha la pallamano, il terzo sport di squadra dopo calcio e pallacanestro ». Il gap è ampio, ma riducibile con il tempo, come spiega Maione che da un anno ha intrapreso anche la carriera di allenatore nelle giovanili del Fasano.


«La fame di pallamano c’è ma serve tempo - spiega - bisogna far conoscere ancora di più il nostro sport e su questo fronte la Federazione ha fatto passi da gigante. E bisogna far crescere i nostri talenti. Si diventa grandi con il lavoro quotidiano e magari con un programma come quello pensato per le ragazze». Obiettivo, forse Roma 2024. Con un altro sogno. Dare all’handball azzurro, un impianto proprio nella Capitale, dove ancora non esiste.
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