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Boninsegna e gli Invincibili del ’56
MASSIMILIANO CASTELLANI
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«Voi ragazzi di campagna floridi e robusti, per stare all’aria aperta dovete fare solo pochi passi nella sconfinata pianura, sotto la bellissima e immensa campana di vetro azzurro che è il cielo... ». Guardi la fotografia di quella leva calcistica del ’43, quella di Roberto Boninsegna, e ti sembra di rileggere sotto quel cielo mantovano, nei loro volti e i muscoli di adolescenti in fiore, questo passo di Ferenc Molnàr ne I ragazzi della via Pál. I ragazzi della foto sono quelli del Sant’Egidio. Sono Gli invincibili di Bonimba. Titolo omonimo del libro scritto dalla penna storica di Adalberto Scemma, detto “Muro”, uno dei protagonisti di quella straordinaria formazione («nonostante la presenza di Boninsegna, ero il capocannoniere, pur rimanendo un gregario »).


La storia degli “Invincibili” del Sant’Egidio è quella dei 14-15enni che oltre a non perdere in campo («imbattuti per sessanta partite di fila, dalla nevicata del 1956 fino al ’59, battendo squadre di 18enni») non si sono mai persi di vista: un’amicizia calda e indissolubile da sessant’anni a questa parte. E te li ritrovi imperterriti «seventeenagers» - dice ridendo Scemma, il primo degli accosciati nella foto -, poster in carne ed ossa, che anche questa sera si danno appuntamento alla trattoria del “Cina”, per brindare alla vita. Anche il “Cina” è uno degli undici «oriundi», perché «tutti arrivavamo dai quartieri distanti dalla parrocchia di Sant’Egidio, l’unica veramente consacrata a “San Pallone”».


Lì, nel 1952 venne fondata la squadra, l’orgoglio del vicario, don Sergio Negri e del fido don Nardino Menotti, «gli assistenti spirituali che uscivano dalla grazia di Dio solo in occasione dei derby feroci contro gli Aquilotti». Erano stati loro i primi storici “invincibili”, i rivali della formazione del collegio degli orfani confinante con il campo del Sant’Egidio, l’Anconetta. «La foto l’abbiamo scattata lì»: il primo a sinistra è don Negri e dall’altra parte in piedi, quel ragazzone in giacca e cravatta, era il mister. «L’indimenticabile Massimo Paccini». Era stato un terzino di posizione Paccini, arrivò fino alla serie B con il Mantova e poi con la Cremonese, ma a 26 anni smise incidente in campo - e iniziò la sua missione di allenatore che alternava allo studio notarile presso cui lavorava. «Il “Pacio” con spirito da Azione Cattolica aveva anticipato i sistemi del “modello Ajax” di Crujff - spiega Scemma - , al Mantova che guidò nella stagione 1972-’73 a fine allenamento portava i giocatori della prima squadra ad allenare quelli del settore giovanile».


Cose che aveva già sperimentato al Sant’Egidio e poi nel Guastalla che guidò alla vittoria del titolo nazionale giovanile con in squadra un fantasista tutto «Eugenio e sregolatezza», lo showman Gene Gnocchi. Paccini si dava e concedeva tutto ai suoi ragazzi, unico veto, la bicicletta. «Pensava che guastasse il tono muscolare e poi tanto all’arrivo il primo era sempre lui, Bobo Boninsegna. Era un “ragnetto” Bobo, il più piccolo di tutti, ma quando colpiva di testa saliva già in cielo, a tredici anni correva i cento metri in 13 secondi e anche come ciclista ci staccava per via di quelle gambe forti e possenti come due tronchi di quercia». Boninsegna, il futuro “Bagonghi” - il nano acrobatico del circo Togni - o “Bonimba” nel lessico familiare a Gianni Brera, prima dei 277 gol in carriera in Serie A (con Cagliari, Inter, Juventus…) e della “partita del secolo”, Italia-Germania 4-3 (semifinale Mondiali di Messico ’70), era stato il «ragnetto» dalle orecchie a sventola del Sant’Egidio e il cocco di mamma Elsa che all’ottavo mese di gravidanza andava a a vedere al campo il suo Bobo.


«Al custode che gli chiedeva se volesse partorire allo stadio, l’energica signora Elsa, la moglie del Bruno sindacalista della cartiera Burgo (dove Bonimba è tornato a festeggiare i suoi 70 anni con gli operai cassaintegrati) rispondeva indicando l’amica che l’accompagnava: “Non si preoccupi, lei fa la levatrice”». Era la mamma dei fratelli Vaini, Sandro e Paolo, il primo campione di nuoto e uno dei “fuori foto” del Sant’Egidio (con Francesco Madesi e il “centauro” Ermanno Bertolini) l’altro compagno di squadra di Boninsegna al Potenza, stagione 1964-’65 (5° posto in B, record insuperato dai lucani). Prima di arrivare al mitico Bonimba - il terzo dei ragazzi nella foto - di fianco a don Negri, sta il «jolly» Gianni Ferroni. 


«Ognuno di noi possedeva una sola maglia - da far lavare a casa - e un soprannome. Quello di Gianni era e rimane il “Ferro”. Aveva iniziato da portiere, ma ai piedi metteva delle scarpe da basket - suo primo amore - così scivolava sempre e alla seconda papera lo spostammo all’attacco. Non è arrivato al calcio che conta, ma in compenso ha fatto bene come ispettore commerciale». Dopo di lui sta la “la Freccia”. «Giorgio Alfano, ala destra, è diventato direttore dell’Inps di Mantova e adesso finalmente si gode la pensione». Segue Renzo Campanini, «Il Ciampano, difensore alla Cesare Maldini, con annesse “maldinate”. Cadè che l’aveva avuto nel Mantova diceva che era da Nazionale, ma si fracassò un ginocchio e a 21 anni ha chiuso con il calcio. Ha ripiegato da ragioniere felice alla Belleli».


Ai tavoli della trattoria “Amici Miei” arriva carico di tortelli e lambrusco il “Cina”, al secolo Franco Salardi. «Questo locale l’ha messo su apposta per noi Invincibili», confermano in coro i seventeenagers. «Il “Cina” doveva esordire nel Mantova, ma gli fregò il posto Gioia, altro ex-S’Egidio - , che si fece un decennio di Serie A nel Mantova, Lazio, Varese, Messina, Parma. La fascia da capitano? Il nostro capitano storico era “Pedro” Roberto Pedrazzoli (il secondo da sinistra degli accosciati), oggi apprezzato pittore e per quindici anni assessore alla cultura». Il “Cina” quel giorno ottenne la fascia - una stringa di scarpa - dopo che Paccini l’aveva degradato in seguito a una rissa furibonda. Botte da orbi tra le pozzanghere con uno degli Aquilotti, «Sergio Salamini, meglio noto come il “Mago”, lanciato in tv da Enzo Tortora che lo faceva seppellire o ipnotizzare le galline in diretta». Il primo degli accosciati, Giancarlo Fornasari, poteva diventare un giocatore da ammirare in tv, in mondovisione, e invece oggi i suoi compagni lo sfottono con affetto alternando il soprannome de “il Naso” a quello di “Occasioni perdute”. «Fornasari è stato un Mariolino Corso che rifiutò la Juve rispondendo sfacciato a “Farfallino” Borel: “No grazie, io tifo l’Inter”.


All’Inter lo chiamarono con Boninsegna, ma “il Naso” non si presentò al provino, Bobo giocò ala sinistra al suo posto, segnò cinque gol e da lì iniziò quella storia da campione che tutti conosciamo.... Mentre Fornasari con il Mantova, in B, perse l’ultimo treno, e in trasferta ha continuato ad andarci, ma come funzionario della Belleli costruzioni ». Vita apparentemente meno agitata, quella di Alberto Ponti, (il “Ponci”) «terzino destro, anima delicata, faceva il fiorista, ma in campo diventava una iena». Nessuno era più passionale e generoso di un figlio del popolo - nato nell’ “etiopico” quartiere Tigrai - del portiere Giancarlo Sganzerla. «Lo “Stildo” ovvero la volpe. Come metà di quella nostra squadra poteva tranquillamente arrivare in Serie A con Bonimba, ma Sganzerla si è perso nel dilettantismo e una vita da rottamaio, prima della morte precoce che l’ha portato via da noi».


Un brindisi a Stildo e una lacrima per quella meglio gioventù del pallone mantovano che si è presa la rivincita, fuori dal campo, con il geniale “Nacka”. Il biondino, ultimo della foto che si ispirava, anche somaticamente, al “Nacka” Skoglund dell’Inter. «Il nostro “Nacka” è Bruno Scardeoni: mezzala destra che all’Inter ci giocò pure. Andò al Genoa chiamato dall’ungherese György Sárosi, che lo paragonava a Kubala. Oggi “Nacka” Scardeoni è uno dei massimi esperti d’arte del ’600-’700. Solo un carattere fragile, da poeta, mandò in frantumi il suo, il nostro sogno: fare almeno una presenza in Serie A...». Sogno realizzato da Bonimba ieri, e oggi, da un “nipote” del Sant’Egidio, quel Kevin Lasagna che con il Carpi ha addirittura realizzato il suo primo gol in A, a San Siro, all’Inter di Mancini. E allora, in alto i nostri calici: gli “Invicibili” non muoiono mai.
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