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Aiuti Caritas nel Darfur «dimenticato»
Matteo Fraschini Koffi
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«Non c’è una soluzione militare per la guerra in Darfur. Quindi chiediamo a tutte le parti coinvolte di impegnarsi in modo sincero nei negoziati affinché terminino le ostilità e si raggiunga un accordo pacifico del conflitto ». Sono le parole pronunciate l’altro ieri dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon. Un appello caduto però nel vuoto. Le violenze in Darfur, la regione occidentale del Sudan in guerra dal 2003, continuano infatti senza sosta.

«Negli ultimi mesi sono ripresi con intensità i bombardamenti da parte del governo di Khartum», afferma una recente nota della Caritas italiana, presente da anni sul territorio. «Sono state prese di mira le postazioni militari dell’esercito ribelle locale nella zona del Jebel Marra e la popolazione civile, senza distinzione. Un’azione militare devastante – continua il comunicato –, degna dei conflitti più sanguinosi come quello del Darfur». È proprio in questo periodo, durante le stagioni più secche dell’anno, che gli Antonov delle Forze sudanesi sorvolano e lanciano bombe quotidianamente. Si aggiungono poi le razzie e violenze provocate dai famigerati “Janjaweed”, i miliziani a cavallo pro-governativi, supportati dal presidente sudanese, Omar el-Bashir. «La situazione si è aggravata sia come estensione geografica che per la presenza di milizie di varia tipologia e provenienza – avverte con grande preoccupazione la Caritas –. Sono oltre tre milioni, il 38% della popolazione, le persone che vivono in condizioni di povertà estrema e necessitano di assistenza per i bisogni primari».

Le stime della Missione Onu in Darfur (Unamid) affermano che «lo scorso gennaio 9mila persone hanno cercato rifugio e protezione presso la nostra base nella regione del Nord Darfur». I civili sono infatti regolarmente costretti a sfuggire ai bombardamenti. L’attuale programma di Caritas prevede invece un aiuto ad oltre 500mila persone: principalmente sfollati, ma anche civili che rientrano nelle terre di origine, comunità rurali e pastori. E Caritas Italiana segue e appoggia da molti anni gli interventi in atto e per il 2016 ha stanziato un contributo di 40.000 euro.

«Gli interventi si rivolgono in particolare ad attività di igiene e supporto nutrizionale, soprattutto per i bambini – sottolinea una nota di Caritas –, inoltre operiamo attraverso la distribuzione di acqua potabile e cibo, costruzione di pozzi e latrine, e miglioramento delle capacità degli operatori umanitari locali, gli unici autorizzati a operare sul campo».

Bashir, accusato di crimini di guerra e crimini contro l’umanità per il suo ruolo in Darfur, ha effettuato più di 70 viaggi da quando la Corte penale internazionale ha emesso il mandato d’arresto contro di lui nel 2009. Il capo di Stato sudanese mantiene infatti bloccate tutte le vie d’accesso alle agenzie umanitarie, a quelle dei diritti umani e ai media.

«Non è vero che non c’è interesse per il Darfur – ha commentato Adriane Ohanesian, tra i pochi giornalisti occidentali ad aver raggiunto le zone occupate dai ribelli –, il vero problema è quanto il governo sudanese rende impossibile avere informazioni su ciò che succede sul terreno».
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