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Quella ricchezza relazionale a fianco del Pil
Luigino Bruni
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Il Bes

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Il tema del benessere, del benestare, della felicità pubblica, o del ben vivere sociale è stato, ed è ancora, al centro della tradizione italiana dell’Economia civile.


Negli ultimi anni è cresciuto significativamente il dibattito attorno alla necessità di superare il Pil o, secondo alcuni, di affiancargli altri indicatori che dicano altre dimensioni del benessere. In questo affiancamento del Pil con altri indicatori non-economici, si sta però correndo seriamente un rischio. Lo scenario che si sta profilando assomiglia molto a quanto accade nel mondo del calcio. Al termine della partita compaiono sui nostri schermi statistiche con più indicatori: le percentuali del possesso palla delle due squadre, i falli fatti e subiti, il numero dei tiri in porta ecc.


Ma, in cima al quadro delle statistiche, domina solitario il numero dei goal, che è l’unico dato che veramente conta, e che nessun’altra statistica che lo affianca può neanche lontanamente modificare. L’indice di sviluppo umano, l’impronta ecologica, il Bes (benessere equo e sostenibile), e altri indicatori analoghi, a oggi assomigliano ancora molto al possesso palla e al numero di tiri in porta, che fanno da contorno al numero dei goal realizzati (cioè il Pil). Come fare per prendere veramente sul serio altri indicatori di benessere e superare l’idea che il Pil sia il sono numero importante nella partita economica della nostra società?


Innanzitutto un po’ di storia. Il Pil, come lo conosciamo oggi, è un concetto relativamente recente, poiché è legato allo sviluppo della contabilità nazionale a partire dagli anni Trenta del XX secolo. I suoi veri padri (o nonni) fondatori sono stati i cosiddetti Fisiocratici, studiosi francesi della metà del Settecento, i quali erano convinti che la forza economica di un Paese non fosse misurata da capitali, o da valori stock (come si pensava fino ad allora, quando si misurava la ricchezza di una nazione prevalentemente sulla base dell’oro da essa posseduto); ma dissero che ciò che veramente contava per la ricchezza erano i flussi, cioè il reddito.


Da allora abbiamo iniziato un po’ tutti a pensare che non è la misurazione della ricchezza in termini di terreni, di materie prime, di coste, di musei, di cattedrali, di capitali culturali né umani, che fa un popolo "ricco", ma la capacità che ha quel popolo di "far girare" quei capitali in modo da metterli a reddito e generare nuovi flussi.


Oggi sappiamo, e in Italia lo vediamo sempre di più, che se un popolo non è capace di far sì che i suoi capitali siano impiegati in modi produttivi, resta indigente pur se i suoi cittadini sono seduti su miniere d’oro. Dai Fisiocratici in poi, è dunque il flusso annuo di nuova ricchezza che ci dice quanto una comunità nazionale è ricca. Prima di liquidare il Pil, allora, facciamo tesoro di questo valore presente nel suo Dna: una persona, una comunità, una regione resta economicamente povera se non è nelle condizioni (istituzionali, culturali, politiche) di trasformare i suoi capitali in reddito. Quando invece un Paese nonostante i capitali non riesce più a produrre redditi, le rendite uccidono i profitti, e le società iniziano il declino. Benvengano allora altri indicatori o indicatori economici più sofisticati, ma non dimentichiamo che senza un indicatore di flusso, non sappiamo misurare la nostra capacità di valorizzare i nostri capitali, per capire se li stiamo nel tempo potenziando o impoverendo.


Per questa ragione, credo che un’operazione importante in tema di misurazioni più sofisticate dello stato economico e sociale di un Paese consista nell’affiancare, con pari dignità e rilevanza, al Pil indicatori capaci di cogliere anno dopo anno lo stato di salute dei nostri capitali, soprattutto di quelli sociali, ambientali, culturali, relazionali, spirituali. Nonostante la lezione importante dei Fisiocratici, resta vero che i redditi (flussi) nascono dai capitali (stock), e se i capitali si deteriorano o si estinguono, i redditi diminuiscono fino a scomparire.


Nell’era dei beni comuni nella quale siamo drammaticamente entrati con il terzo millennio, sono gli stock che devono ritornare ad occupare il centro della scena economica, sociale e politica. Il tema ambientale, ma anche quello relazionale e sociale (flussi migratori, inclusione sociale, terrorismo...), e altri temi che sono tornati centrali nell’era dei beni comuni, sono faccende di stock, perché sono legate a forme di capitali, presenti o assenti – sappiamo ormai da molti studi quanto l’intolleranza e razzismo siano legati alla carenza di capitali culturali e artistici nelle persone.


Ma c’è di più. L’eccessiva enfasi sulla creazione di flussi, inclusi i grandi flussi finanziari che oggi dominano di gran lunga i flussi di beni e servizi reali, stanno producendo effetti molti seri sugli stock delle nostre economie e del nostro pianeta. Dobbiamo imparare a misurare adeguatamente i patrimoni, che al pari delle energie non rinnovabili stanno subendo forti depauperamenti proprio a causa della grande invadenza dei flussi di reddito (misurati dal Pil).


Infine, alla radice di qualsiasi sviluppo di nuove misurazioni, c’è una questione più generale di carattere culturale e politico, che coinvolge direttamente il mondo delle imprese. Finché gli unici indicatori di successo delle imprese (soprattutto di quelle grandi) sono i profitti raggiunti e gli indici prettamente economici, e finché i "bilanci sociali" saranno pubblicazioni patinate donate agli stakeholder durante le feste aziendali, senza che i dati sociali abbiamo alcuna rilevanza per le scelte importanti (rinnovo dei manager, dei membri del Cda ecc.), sarà impossibile che la nostra società giunga a valorizzare indicatori diversi dal Pil.
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