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L'Istat: fuori dalle recessione nel 2014
 
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Marco Girardo

L’ultima recessione conosciuta dall’Italia si è accorciata. Solo due anni e non tre. L’Istat ha aggiornato i dati: il 2014 si è chiuso con il segno più, passando da -0,3% a +0,1%. Inversione di tendenza netta, considerato come la nostra economia venisse da due anni di pesanti cali del Prodotto interno lordo (-2,8% nel 2012 e -1,7% nel 2013), dopo l’estemporanea ripresa post biennio nero 2008-2009. L’Istituto, a dire il vero, ha rivisto anche la crescita dello scorso anno, limandola da +0,8% a +0,7%. Ma è senza dubbio il “salto” del 2014 a suscitare scalpore. E a rivelare come sia sempre più difficile misurare la “ricchezza delle Nazioni”, giacché aumenta la fetta della torta costituita dai servizi e dall’economia digitale.

È più facile, cioè, contare imballaggi – come si narra facesse l’ex governatore della Fed, Alan Greenspan, per interpretare il ciclo economico e magari anticiparne i corsi – che pesare transazioni digitali e servizi immateriali. Un problema comune a tutti gli economisti e statistici, non solo a quelli italiani. La stragrande maggioranza dei Paesi utilizza oggi i medesimi strumenti di misurazione: rilevazioni per settori e comparti, pubblicazione di una stima rapida e di una più approfondita dopo alcune settimane, ricostruzioni storiche dopo qualche anno. L’insoddisfazione per il risultato rischia tuttavia di essere ovunque duplice. Da un lato perché, come si è accennato, il peso e la natura dei comparti sono profondamente mutati all’epoca della quarta rivoluzione industriale, la rivoluzione digitale. Dall’altro perché gli attuali arnesi non includono alcuni elementi essenziali per valutare la vera ricchezza di un Paese e della sua società: quella rappresentata dal benessere. Ignorano ad esempio il valore del lavoro casalingo e volontario, la distribuzione del reddito o la ricchezza ambientale.

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