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L'Iran che cambia guarda al post-embargo
Eugenio Fatigante
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A Teheran giovani festeggiano l'accordo sul nucleare, lo scorso 14 luglio (Lapresse)

I simboli della rivoluzione islamica sono ancora ovunque. Ma la Teheran di fine 2015 che guarda alla fine dell’embargo sembra ben lontana da una replica in salsa mediorientale di L’Avana. Le immagini di Khomeini campeggiano agli angoli delle vie - accanto a quelle dell’attuale Guida suprema, il 76enne Khamenei - e ricordano il regime al pari dei poliziotti schierati, particolarmente numerosi nel venerdì di festa. La metropoli pullula, tuttavia, di grattacieli, torri e ponti avveniristici, simboli già nell’architettura di una voglia di svolta. Non meno forte è il desiderio di superare il passato da parte dei figli della rivoluzione, i 'delusi del 1979' (l’anno della cacciata dello Scià), i trentenni di oggi. «Khomeini per noi è solo un’immagine, nulla più», afferma con circospezione Parvez, 36 anni, nato nei torridi giorni di quel gennaio ’79.
 
Nel momento in cui la Storia passa per questo angolo del pianeta, il Medio Oriente, è tutto il mondo a guardare con interesse all’Iran che, dopo l’accordo di Vienna del 14 luglio, attende ora l’Implementation day, la fase che segnerà l’avvio del superamento delle sanzioni, in vigore a vari livelli dal 2006. Si guarda alla terra di Persia per ragioni monetarie (i commerci da riprendere dopo – quantifica un report della Sace – i 17 miliardi di euro persi dal sistema italiano negli anni dell’embargo) e politiche, in un mondo impazzito dove uno dei Paesi che nell’immaginario collettivo faceva parte dell’'Asse del male' (copyright George W. Bush 2002) rischia di diventare ora un alleato prezioso dell’Occidente nella guerra ai terroristi del Daesh, nemici giurati dell’Iran. E dove, in un Paese in cui quasi ogni famiglia conta un 'martire' caduto nella guerra degli 8 anni (1980-88) contro l’Iraq, quando si andava al fronte brandendo le 'chiavi del Paradiso' fatte in plastica, archiviato da tempo il sunnita Saddam gli iracheni non sono più visti come avversari, ma come alleati del mondo sciita.

È a questo Paese che punta anche l’Italia: siamo giunti in Iran al seguito di una missione economica, la più imponente mai fatta, organizzata da governo, Confindustria, Abi e Ice. Le ambiguità di questa fase storica si amplificano a Teheran, avvolta da una coltre di smog malgrado le vicine montagne. «Questo è un Paese di contraddizioni, dove nulla è permesso e tutto è tollerato», ci dice Yousef Nili, docente di architettura in un’università della capitale e con studi giovanili a Firenze. È un’impressione confermata girando per la città: i chador neri e i turbanti svolazzano accanto ai veli e ai rossetti - gli uni più colorati degli altri - di un gruppo di giovani donne che, nella hall di un albergo, siedono tutte col naso incerottato (Teheran è una delle capitali mondiali della rinoplastica): «Dovendo coprire il corpo, vogliamo un volto perfetto perché è l’unica cosa che possiamo mostrare in pubblico», confida la 30enne Azadeh con un tocco di civetteria. I social network (Facebook, Twitter) sono oscurati, come anche tv satellitari, You-Tube e i siti di diversi giornali stranieri, salvo scoprire poi che sui cellulari dei giovani 'girano' i programmi per aggirare la censura.
 
I due volti dell’Iran di oggi si riflettono anche a livello generazionale, ci spiega ancora il professor Nili: «Quella del ’79 contro lo Scià fu in realtà una rivoluzione essenzialmente medio-borghese e laica, che una ristretta minoranza religiosa ebbe l’intelligenza e la sagacia d’imbrigliare. Gli iraniani dell’epoca sono rimasti 'chiusi' e provinciali e oggi fra loro, divenuti ormai genitori, e i figli si è creato il divario più ampio». Alimentato a ogni livello: nelle librerie si trovano facilmente anche libri occidentali, inclusi i 'Fioretti' di san Francesco. È così, goccia a goccia, che filtra la contro-propaganda più minacciosa per il regime. La stessa che 6 anni fa sfociò nell’Onda Verde, il movimento che contestò le elezioni 2009. Ora, sostituito il rissoso ex presidente Ahmadinejad con il moderato Hassan Rohani, non sembra essere più tempo di proteste di piazza. È la battaglia anti- embargo a cementare gli animi. «Noi abbiamo sempre sostenuto che la nostra attività nucleare fosse pacifica – scandisce il ministro dell’Industria, Mohammad Reza Nematzadeh –. Ora termineranno queste sanzioni ingiuste che ci sono state inflitte e tornerà la normalità». Fino al 2003, ha sentenziato l’Agenzia per l’energia atomica dell’Onu, l’Iran stava sviluppando in effetti un ordigno atomico, comunque martedì scorso i vertici Aiea hanno approvato la risoluzione che chiude il caso e Rohani ha annunciato la possibile fine delle sanzioni per metà gennaio. Ora il nucleare serve per diversificare le fonti energetiche in uno stato che vuole 'prendere le distanze' dal petrolio (nell’era del ribasso del greggio di cui ha le seconde riserve mondiali, dopo l’Arabia Saudita), anche alla luce di un consumo di energia esploso di quasi il 50% nell’ultimo biennio. Sempre per via dell’embargo, le infrastrutture del settore sono vecchie e vanno ammodernate. Una condizione a 'doppia lettura', come spiega un cauto Claudio Descalzi, ad dell’Eni: «Il passato dei crediti con l’Iran si può dire che è stato chiuso in un modo soddisfacente. Ma questo è un Paese che si prefigge investimenti nell’Oil&gas per 250 miliardi di dollari in un mondo che grosso modo vuole tagliarli proprio di quell’importo. Staremo a vedere».
 
Le incognite restano, di varia natura. Le si percepisce percorrendo le strade che segnano la disparità sociale della città: a nord, sotto le montagne, i quartieri ricchi, a sud quelli poveri. Lungo uno dei viali principali campeggia sempre il mega-murales che tramuta la bandiera Usa in una pioggia di bombe e teschi, con la scritta ' Down with the U.S.A.'; e di recente la Kentucky Fried Chicken ha rinunciato all’apertura di un punto-vendita per le proteste popolari. Sentimenti contrapposti che si miscelano nel calderone dell’immancabile Gran bazar. A credere a un nuovo corso non sono solo i giovani. «Lavoro qui da 45 anni, abbiamo sempre avuto alti e bassi. Ma speriamo che stavolta le cose cambino veramente, già da luglio abbiamo visto un calo dei prezzi», afferma Ali Ashgar Shokoohian, commerciante di tessuti. Poi prende e se ne va su una vecchia Citroen scassata. Proprio il parco-auto è uno dei temi più sentiti. Con le sanzioni non sono più arrivate auto dall’estero (tranne quelle transitate per Dubai, stratagemma usato per aggirare l’embargo) e la produzione locale è crollata, così i prezzi delle vetture si sono impennati del 300%, in un Paese con un’inflazione al 15%.
 
Ma vivere a Teheran è difficile soprattutto per i giovani. Trovare un locale pubblico aperto dopo le 22 è una chimera. Sono meno attive tuttavia le temute guardie coraniche; più che altro si notano vicino alle moschee quelle che, 'armate' di uno spolverino colorato (sì, proprio quello per i mobili), lo puntano sulla spalla delle persone con abbigliamento o comportamenti non consoni. Vecchio e nuovo si miscelano così, con l’occhio puntato allo snodo del 26 febbraio, data delle elezioni legislative per la potente Assemblea degli esperti le cui candidature (per la prima volta c’è anche una donna e, fra gli altri, un nipote 43enne di Khomeini) saranno vagliate dal Consiglio dei Guardiani, 'interfaccia' istituzionale di quei Pasdaran che continuano a manovrare le leve del potere economico. Per questa ragione ogni minimo passo avanti resta un muro da scalare. «Ed è importante che l’embargo sia superato entro quella data, Rohani ha bisogno di risultati economici rapidi per ricevere una spinta elettorale», aggiunge Azadeh bevendo il té come si usa qui, facendolo filtrare attraverso la zolletta tenuta stretta fra i denti. Con un poco di zucchero la 'pillola' va giù anche a Teheran, città che cerca di risolvere le sue contraddizioni. Nell’attesa di tempi migliori.
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