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Setbon. Dalla kippah al crocifisso
Lorenzo Fazzini
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Dalla fiction alla realtà. I due romanzi (Il mio nome è Asher Lev e Il dono di Asher Lev) del noto scrittore ebraico-americano Chaim Potok dedicati alla figura del pittore ebreo ultra-ortodosso che dipinge una Crocifissione e così suscita scandalo nella sua comunità a New York, sembrano esser diventati storia, carne e sangue nella vita di Jean-Marie Elie Setbon. Ebreo di padre e di madre, attratto dal crocifisso fin da piccolo, ordinato poi a Gerusalemme rabbino del movimento iper-tradizionalista Lubavitch, oggi Setbon, diventato cattolico, cerca di trasmettere a chiunque il suo incontro con Cristo.

Da ebreo ultra-ortodosso a cattolico: in breve, come è avvenuta la sua conversione al cristianesimo?
Sono nato da madre ebrea askhenazita e da padre sefardita. Fin dall’età di sette anni, quando ho visto per la prima volta un crocifisso, mi sono sentito misteriosamente attirato da Gesù Cristo. A quindici anni, una domenica, sono andato alla messa delle sei di sera al santuario di Montmartre a Parigi. Una voce interiore, mentre assistevo alla messa, mi ha spinto ad andare a chiedere la comunione: vi sono ritornato ogni domenica per tre anni! Ho poi acquistato di nascosto un crocifisso e un Vangelo, iniziando ad imparare a memoria il racconto di Giovanni perché non potevo leggerlo davanti ai miei genitori. A diciassette anni sono entrato in un confessionale e ho detto ad un prete: “Sono ebreo e mi voglio convertire”. Quel prete è uscito, dicendomi di aspettare lì, ma non è più tornato: sono scappato a mia volta, pensando che volesse andare a denunciarmi. Quel fatto mi ha spinto ad approfondire la religione della mia famiglia.

Dove e come l’ha condotto questo approfondimento?
Mi sono spinto lontano: tra i diciotto e i ventisei anni sono stato in Terra Santa e ho ricevuto una formazione rabbinica in teologia, filosofia ed esegesi ebraica. Sono diventato anche un rabbino ultra-ortodosso del movimento Lubavitch. Quando poi sono tornato in Francia, mi sono sposato e ho avuto sette figli. Ma la croce di Cristo continuava ad attirarmi! Mia moglie è morta nel 2004 di cancro. La nostra famiglia viveva nella precarietà. Ciononostante lunedì 6 agosto 2007 ci venne offerta una giornata di vacanza al mare, in Normandia, a Trouville. Visitai l’immenso calvario che si trova vicino alla spiaggia: quella vista mi causò una emozione molto forte. E nello stesso momento venni a sapere della morte del cardinale di Parigi Jean-Marie Lustiger: era un fatto che non poteva essere casuale! Un mese più tardi ho vissuto una sorta di esperienza mistica, di incontro con Gesù Cristo a casa mia, nella mia stanza: l’ho visto come presente! Di lì, grazie all’accoglienza paziente delle Piccole sorelle di Betlemme, mi sono preparato al battesimo. Sono stato battezzato con il nome di Jean-Marie il 14 settembre 2008. In quanto “apostata” sono stato rinnegato dalla mia famiglia, ma i miei figli, a loro volta, hanno seguito la mia scelta religiosa.

Quale è la motivazione più forte che l’ha spinta a diventare cristiano?
Non è un qualche principio del cristianesimo che mi ha convinto, bensì il fatto di aver avuto la grazia di aver “visto” Gesù risorto. Questa esperienza diretta con Cristo mi ha trasformato interiormente e mi ha spinto a chiedere il battesimo. Anche prima, quando avevo il desiderio di essere battezzato, non c’era un qualche dogma cristiano che mi convinceva più di un altro. Proprio per questo un giorno vorrei scrivere un libro sul fatto che il cristianesimo non è una religione come un’altra.

Diceva dell’accoglienza negativa da parte della sua famiglia rispetto alla sua scelta di conversione…
Sì, anche quelli che noi chiamiamo “ebrei riformati”, i “liberali” che partecipano al dialogo ebraico-cristiano, anche loro non hanno apprezzato, da quel che so, la mia conversione. Ma io non sono un’eccezione, visto che altri miei fratelli e sorelle di carne hanno vissuto la stessa cosa: posso citare come esempio il gran rabbino di Roma Eugenio Zolli. In definitiva penso che oggi, anche nella Chiesa, l’accoglienza di un ebreo, per lo più rabbino ultra-ortodosso, resta un tabù, visto che non diventa un argomento nel dialogo interreligioso».

Dal suo osservatorio, i convertiti al cristianesimo che provengono dall’ebraismo sono in aumento?
Conosco troppi pochi ebrei per poter dare una risposta. Quel che so è che vi sono sempre più ebrei che aderiscono a Gesù e che entrano tra gli ebrei “messianici”. All’interno della Chiesa cattolica francese ho incontrato alcuni di loro che si sono poi convertiti».

Ha citato prima la grande figura di Lustiger...
Non ho mai avuto un rapporto diretto con lui, ma la sua morte mi è come sembrata un segno per me e il mio cammino spirituale. Comunque, non abbiamo avuto lo stesso itinerario visto che egli proveniva da un ebraismo non praticante».

È rimasto qualcosa di ebraico nel suo essere cristiano?
Se la sua domanda riguarda il fatto se nella mia fede cristiana è rimasta la pratica della legge ebraica, cioè quella mosaica, la risposta è no. Infatti negli scritti degli apostoli Giovanni Paolo e Pietro non si dice di dover mantenere la legge ebraica dal momento che noi siamo salvati da Gesù. Invece in quello che io ricevo dalla Chiesa – la formazione in teologia, filosofia, i Padri della Chiesa, l’insegnamento dei papi – metto a servizio il mio sguardo ebraico sulle Scritture, che però vengono incentrate su Cristo. Infatti il modo in cui gli ebrei affrontano i versetti biblici è diverso e complementare a quello dei non ebrei. Forse la cosa più “ebraica” che ho mantenuto da cristiano è il senso del pasto e del riposo dello shabbat alla domenica: questo giorno è completamente dedicato alla famiglia, in casa nostra non accendiamo la televisione né usiamo internet.

Come giudica il rapporto tra cattolicesimo ed ebraismo oggi?
Quello che considero veramente importante è Cristo e ho l’impressione che dovrebbe esserlo ancora di più, mentre invece spesso mettiamo al centro un tema, un soggetto, un avvenimento – dimenticando che dovrebbe essere Cristo il centro della nostra vita. Quello che per me resta centrale è dare a ciascuno la possibilità di conoscere Gesù, di conoscere questo liberatore, questo Dio-amore. Perché un ebreo non dovrebbe avere il diritto a questo a causa della storia intercorsa tra la chiesa e la sinagoga? Quando lo incontreremo faccia a faccia, Gesù ci chiederà se abbiamo fatto il gesto di carità di parlare a tutti di lui. E noi, cosa diremmo? Che con i nostri fratelli ebrei abbiamo solo “dialogato”? Per quel che riguarda il mondo ultra-ortodosso da cui provengo, mi limito a dire che per dialogare bisogna essere in due. E poi, se non mi sbaglio, il dialogo del mondo cattolico verso l’ebraismo è nato soprattutto dalla presa di coscienza della Shoah e poi con il Vaticano II. Bisogna stare attenti a fondare un dialogo fruttuoso su un senso di colpevolezza. Attenzione dunque a non far diventare il dialogo un’ideologia, altrimenti si rischia che questo dialogo diventi più importante di Gesù stesso. È sicuro che vi sono delle dimensioni in comune tra cristiani ed ebrei: la trascendenza di Dio, ad esempio. Inoltre partiamo dallo stesso punto, la Scrittura. Mi sarei augurato che, ad esempio, di recente in Francia, sui grandi valori ebrei e cattolici avessero la stessa posizione.

Quale futuro si aspetta per la fede cristiana in Europa?
Io credo che il cristianesimo abbia portato molte conquiste positive nella storia. Questo perché Gesù è venuto per l’essere umano tutto intero. Ora, la domanda che dobbiamo porci è questa: “Noi lasciamo che Dio possa avere un diritto di giudizio sulla nostra umanità? Sulla nostra vita politica, sulla vita sociale, sull’economia?”. Ricordiamoci che se Gesù ha detto di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, egli anche dirà a Pilato che non ha alcuna autorità su di lui che non gli fosse stata data dall’alto. L’autorità politica è permessa e donata dall’alto. Il problema è che nella storia della Chiesa, quando si è avuto la possibilità di vivere questo, le cose non hanno funzionato molto bene. Perciò oggi la gente ha paura di lasciare che Dio possa avere una facoltà di giudizio sulla nostra vita sociale. Quel che va messa in pratica è la dottrina sociale della Chiesa che è fondata su Gesù. E Gesù non è né di destra né di sinistra. Egli è anzitutto Dio e Dio sa esprimersi attraverso relazioni “sociali” verso le persone che incontrava. Ciò di cui come cattolici dobbiamo essere convinti è che il messaggio divino per cui la nostra umanità viene assunta da Dio non è solo un fatto privato, da vivere nell’intimo della preghiera o della propria casa. Il cristianesimo “sociale” può dunque portare alla società quelle dimensioni positive che apporta all’individuo, ad esempio l’amore divino, la libertà dai soldi, dal profitto, il non cercare il potere sull’altro, perché Gesù non ha mai cercato di dominare sull’altro.
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