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I NUOVI CREDENTI / 6
Marynovych, un mistico nel gulag sugli Urali
Lorenzo Fazzini
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Nato nel 1949, Myroslav Marynovych è un intellettuale ucraino, cofondatore del Gruppo di Helsinki in Ucraina negli anni Settanta, attualmente vicerettore dell’Università Cattolica Ucraina a Leopoli, dove dirige l’Istituto sulla religione e la società, da lui fondato nel 1997. Per il suo impegno in favore dei diritti umani nell’allora Unione Sovietica, che gli è costato dieci anni di carcere e di esilio, ha ricevuto numerosi premi sia in patria che all’estero, ad esempio negli Usa, in Polonia e in Israele. Dopo la caduta del comunismo ha anche fondato la sezione ucraina di Amnesty International. Ha pubblicato diversi testi sulla storia religiosa e politica del suo Paese. Attualmente è presidente per l’Ucraina dell’associazione internazionale di letterati Pen International. Nel 2001 ha partecipato come uditore al Sinodo dei vescovi a Roma.

 

Mistico in un gulag. Myroslav Marynovych, dissidente ucraino negli anni Settanta, oggi vicerettore dell’Università cattolica di Leopoli, poteva aspettarsi di tutto durante la sua decennale detenzione per “attività anti-sovietica”, tranne che ritrovare la fede cristiana dei suoi padri grazie a un’esperienza mistica, poi nutritasi, con tutte le difficoltà di essere rinchiuso in un gulag negli Urali e poi mandato in esilio in Kazakistan, della Scrittura e della Tradizione.

In che modo è avvenuta la sua conversione al cristianesimo?
«Mio nonno era un prete greco-cattolico prima della seconda guerra mondiale (ai sacerdoti di quel rito è consentito essere sposati). Nel 1944 venne arrestato per la sua predicazione anti-sovietica. Fu esiliato a Magadan, località in Siberia, e qui morì. La sua intera famiglia (moglie e sei figli) soggiaceva a una terribile minaccia. Il Kgb aveva chiesto a mio nonno di convertirsi all’ortodossia. Alla fine egli aveva deciso di farlo per salvare il salvabile. Non voglio giudicarlo, cerco solo di spiegare perché venni battezzato nella chiesa ortodossa nel 1949. Ma tutta la nostra famiglia sapeva che la decisione di nostro nonno era stata presa sotto tortura. Così, quando Gorbaciov rese di nuovo legale la Chiesa greco-cattolica ucraina nel 1989, io ritornai alla fede dei miei antenati. Ma torniamo alla mia gioventù».

Quando, si può immaginare, non era molto credente ...
«Vivendo in un’atmosfera in cui lo Stato aveva una grande ostilità verso la religione, non sfuggii a un certo scetticismo ateistico. Ero giovane e fu per me naturale non pensare a Dio. Mi consideravo “neutrale” rispetto alla religione e questa fu appunto la parola che utilizzai durante gli interrogatori subiti dopo il mio arresto del 23 aprile 1977, a causa del fatto che ero uno dei membri fondatori del Gruppo di Helsinki in Ucraina».

Così fu arrestato e mandato in un gulag negli Urali, poi in esilio in Kazakistan, in totale dieci anni di pena…
«Sì. L’interrogatorio di cui parlavo prima avvenne una settimana prima della mia miracolosa conversione. Un giorno stavo ritornando nella mia cella dopo un interrogatorio e cercavo di riflettere sul futuro. E venni assorbito totalmente da una visione. Fu come se “vedessi” il nostro pianeta e tutti i suoi abitanti che si muovevano in maniera caotica. Improvvisamente sorse una figura e riconobbi immediatamente che si trattava di Cristo. E tutte le persone si orientavano verso di lui. Dopo questa esperienza sprofondai in una condizione molto strana: mangiavo, dormivo, mi muovevo ma non reagivo agli stimoli degli altri. Dopo tre giorni di un simile "assorbimento", mi scrollai e capii che qualcosa era cambiato totalmente in me. Iniziai a rifletterci e arrivai alle conclusioni che conoscevo da ragazzo, ovvero alla verità della Bibbia. In fretta capii che non potevo immaginare il mondo e la mia vita senza Dio».

Durante la prigionia poté sentire la forza della fede contro la brutalità del comunismo sovietico?
«Anzitutto ero totalmente convinto del fatto che il sistema comunista era basato sulla bugia e sulla violenza, e che per questo sarebbe crollato, prima o poi. Anche se all’inizio questa convinzione non aveva una sua forma “religiosa”, cioè non derivava da un sentire spirituale, essa aveva una natura precisamente “religiosa”, ovvero era una convinzione profonda. Ne ero debitore alla mia famiglia, che mi aveva educato con questi valori. Il sentimento di combattere per la verità e il bene dava una forza enorme a me e ai miei compagni. Posso fare un esempio. Un mio “collega” di prigionia, Oles Shevchenko, a un certo punto non ricevette più le solite lettere da sua moglie. Dopo diversi mesi iniziò a preoccuparsi per la vita di sua moglie e delle sue due bambine. Venne convocato dalla direzione del gulag e un ufficiale del Kgb lo informò che sua moglie stava morendo e che egli doveva pensare alle sue due figlie. Gli proposero il seguente accordo: doveva scrivere una lettera di pentimento in cui prometteva di “non continuare più le attività antisovietiche” per le quali era stato incarcerato. Il Kgb lo avrebbe rilasciato e sarebbe tornato dalla sua famiglia. Altrimenti lo Stato si sarebbe “preso cura” delle bambine inviandole in un orfanotrofio e non le avrebbe più riviste. Il mio amico chiese un giorno per rifletterci. Era completamente sbiancato in volto quando ritornò in cella. Era così doloroso vederlo soffrire in quel modo! Il giorno seguente egli disse “no” e, sentendosi innocente, rifiutò di pentirsi. Sembrava che stesse sacrificando le sue figlie. Alcune settimane dopo ricominciò a ricevere le lettere di sua moglie. Non le era successo niente, era sanissima. Tutta la vicenda era un imbroglio del Kgb per cercare di mandarlo in rovina. Ma la sua coscienza e il suo attaccamento alla verità gli avevano risparmiato una tragedia».

Come nutriva la sua fede ritrovata nel gulag?
«Si potevano leggere solo libri pubblicati in Unione Sovietica. Era strettamente proibito possedere una Bibbia. Così iniziai a leggere una parodia dei vangeli disponibile nella libreria del campo di lavoro. In quel modo riuscivo a recuperare i versetti biblici che venivano messi alla berlina in quei libri satirici. La stupidità di quei brani ateistici metteva in risalto l’eterno valore della saggezza biblica».

Ritrovare la fede in un gulag sovietico non è una cosa che passa inosservata…
«Eppure non era una cosa strana convertirsi in un campo di lavoro sovietico! Dei battezzati non credenti spesso ritornavano al cristianesimo ed ebrei secolarizzati ritrovavano la loro fede perduta. Il sistema comunista era ostile a ogni religione e costringeva la gente a convertirsi alla sua ideologia, l’unica religione ammessa. Mentre rigettavano tale ideologia ateistica, i dissidenti erano pronti ad abbracciare una visione alternativa, che spesso era il paradigma religioso. Non era facile per i neo-convertiti cristiani essere forti nella loro fede dentro un gulag. Cosa significa “ama i tuoi nemici” mentre sei in prigione? Cosa vuol dire “porgi l’altra guancia” quando hai a che fare con i secondini di un gulag? Qual era il giusto equilibrio tra fermezza nelle tue convinzioni personali e l’umiltà cristiana? La lista di queste domande difficili era infinita».

Lo abbiamo chiesto a un’altra dissidente di epoca sovietica, Tatiana Goritcheva. Il suo impegno per i diritti umani l’ha reso più vicino al cristianesimo? Oppure è la fede riscoperta che l’ha reso più impegnato per la libertà e la democrazia?
«Non vedo le due cose contrapposte. La formazione che ho ricevuto dalla mia famiglia, nutrita di valori cristiani, mi ha reso sensibile alla violazione dei diritti umani. D’altra parte la logica della difesa dei valori umani rivela la logica basilare dell’“amate i vostri nemici” che soggiace alle attività a favore dei diritti umani. Sono consapevole che, solitamente, si fa risalire alla Rivoluzione francese la teorizzazione dei diritti umani. E ammetto che la retorica di tali diritti sia stata formata in quel periodo. Ma per me è assolutamente chiaro che lo spirito dei diritti umani è radicato nei comandamenti divini».

Che ne sarà del cristianesimo in Europa, secondo lei?
«Sono un credente e come tale non posso essere pessimista. Al contempo sono certo che non è la ragione umana la nostra salvatrice. Il paradigma illuministico si sta dimostrando ormai finito e la ragione deve essere completata dalla fede. Questo viene confermato dalla crescente ostilità del mondo laicista verso ogni religione. Al tempo dell’illuminismo questo mondo era totalmente convinto della sua ineluttabile vittoria e perciò non si preoccupava della religione. Viceversa, oggi è sotto gli occhi di tutti una certa rinascita cristiana in diverse parti del mondo. In ogni caso il fondamentalismo cristiano non è una risposta giusta al pericolo laicista. Ogni soluzione che sopprima l’amore è falsa. Non credo che si debba lottare contro il liberalismo e il secolarismo. Penso invece che si debba essere sempre più vicini a Cristo e servire le necessità della gente con amore e verità. Questo è il solo modo per recuperare il vero cristianesimo. Il secolarismo diventa forte perché la nostra fede è debole e ideologicamente da raddrizzare. Come dice il proverbio, “Medico, cura te stesso!”».​​​​​​

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