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La cultura del Pil non fa «rivoluzione»
ROBERTO I. ZANINI
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Dopo otto anni di crisi economica e la consapevolezza, fornitaci dagli ultimi eventi borsistici e finanziari, che gli errori non sono stati sanati e le responsabilità non sono state pagate, comincia a serpeggiare più di un dubbio sulla bontà del sistema economico occidentale come attualmente concepito. I tempi trionfalistici della caduta del muro di Berlino e della fine dell’Unione Sovietica sembrano lontanissimi. Quello che sembrava l’indiscusso e imperituro successo del capitalismo liberista sta mostrando i suoi punti deboli.


Di qualche giorno fa è la notizia che meno di cento persone detengono da sole l’intera ricchezza della metà più povera del genere umano: prima della crisi per avere lo stesso risultato serviva un numero più che triplo di super ricchi. Insomma, se è vero che le scelte economiche 'di destra' (liberiste) sono risultate più efficaci e vincenti di quelle 'di sinistra' (socialcomuniste), è vero anche che la povertà, le disuguaglianze e le situazioni di rischio economicopolitico nel mondo sono aumentate. 


Per non parlare del 'rischio ecologico' che sia a destra che a sinistra non è mai stato adeguatamente preso in considerazione (se non a parole) e ora comincia a presentare un conto sempre più salato. Queste cose, bisogna dargliene atto, Maurizio Pallante, il teorico italiano della 'decrescita felice', le va dicendo da anni. Ora le sintetizza in un libro con una 'sua' lettura politico-economica degli ultimi due secoli di storia e la proposta di una rinnovata impostazione produttivo-sociale fondata sul dono, sulla reciprocità e lo sviluppo sapiente delle nuove tecnologie. Significativamente il volume si intitola Destra e sinistra addio. Per una nuova declinazione dell’uguaglianza (Lindau, pp. 229, euro 18). 


La teoria di Pallante è semplice. Lo scontro epocale fra liberismo e socialismo ci ha lasciato in eredità un aggravamento delle disuguaglianze. E questo, se si vuole, è un paradosso, il risultato di un vero e proprio inganno, perché l’Occidente aspira da sempre a cancellare, ridurre, appiattire, omogeneizzare ogni tipo di diversità in nome della democrazia consumista, così come il blocco comunista aveva fatto dell’uguaglianza la sua spinta ideologica. Ciò che ulteriormente li accomuna (Cina comunista e Corea del Nord esistono ancora) è che entrambi hanno sempre pensato e pensano di raggiungere i loro obiettivi aumentando la capacità produttiva e di conseguenza il Pil. Un metodo, sostiene Pallante, che oggi mostra la sua debolezza. Il motivo? È presto detto.


«Una casa che disperde energia fa crescere il Pil perché consuma di più, una che invece la economizza, rispettando l’ambiente, lo fa diminuire». Ecco allora che per l’autore l’unica soluzione è quella che ci porta gradualmente sulla strada della decrescita produttiva, accompagnata dal contemporaneo sviluppo di tecnologie che riducano il consumo di ambiente. Tutto questo migliorando il benessere delle persone, slegandole dalle necessità consumiste e dall’insostituibilità del denaro come mezzo di scambio. Obiettivo, quest’ultimo, che si ottiene agevolando relazioni sociali fondate sullo scambio, sul dono gratuito, donum, e reciproco, munus, termine dal quale, guarda caso, viene la parola comunità, cum munus. Su questa strada (che esalta l’uomo spirituale e relazionale in opposizione all’uomo che guarda ai soli aspetti materiali), Maurizio Pallante sposa la causa dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, «capace di rivolgersi all’umanità intera e non solo ai cattolici».


Un testo in cui si parla di «rivoluzione culturale», di «destino comune che ci obbliga a un nuovo inizio», di connessione fra le creature perché «tutti noi esseri creati abbiamo bisogno gli uni degli altri», di «menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a spremerlo oltre il limite». 


Insomma, mette in evidenza Pallante citando ancora l’enciclica, questo Papa ci ricorda che l’umanità «attende ancora lo sviluppo di una nuova sintesi che superi le false dialettiche degli ultimi secoli», perché «dobbiamo convincerci che rallentare un determinato ritmo di produzione e di consumo può dare luogo a un’altra modalità di progresso e sviluppo. Gli sforzi per un uso sostenibile delle risorse naturali non sono una spesa inutile, bensì un investimento che potrà offrire altri benefici economici a medio termine... È arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti». Insomma, anche Francesco cita la parola magica: decrescita.


E comunque su una cosa Pallante ha certamente ragione: se la nuova cultura proposta dal Papa sarà davvero rivoluzione, questa, finalmente chiama a raccolta tutti gli uomini di buona volontà, cattolici e non.
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