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Kristeva-Sollers, elogio del matrimonio
Daniele Zappalà
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Parigi. Quando discettano assieme in un’aula universitaria, si può pensare che allettare questi due con le gioie semplici della vita sarebbe impresa vana anche per i più geniali oratori. Perché i coniugi Joyaux, che nel 1966 si conobbero e amarono subito sulle sponde della Senna, avvolgono da allora il focolare in reti chilometriche di conversazioni zeppe di coltissime citazioni e frasi ben annodate, comprese quelle di ogni nuovo libro in uscita dell’una o dell’altro, trattandosi di una linguista-semiologa-psicanalistascrittrice e di un romanziere sperimentale famosi in Francia e non solo. 

Ma qual è il segreto degli smaglianti 'Gioielli', la cui passione perdura fra i campi di rovine sentimentali del milieu d’appartenenza? Di certo, non solo il cognome allo stato civile, come Julia Kristeva e Philippe Sollers fanno capire aprendo lo scrigno familiare nel volumetto
Del matrimonio considerato come un’arte, in uscita adesso in Italia per Donzelli (pagine 144, euro 19). La 'fisiologia del matrimonio' cara a Balzac è tema letterario in voga da secoli a Parigi, con frequente predilezione per la satira dei 'costumi borghesi'. Nel preambolo, la Kristeva spiega invece che con il marito ha provato a «raccontare una passione, con precisione, senza vergogna e senza viltà, senza modificare ciò che essa è stata né abbellire il presente, e scongiurando il rischio spettacolare delle ossessioni sentimentali, dei fantasmi erotici dei quali si va compiacendo l’autofinzione del selfie».

Con queste premesse, va detto che il libro raccoglie quattro interventi piuttosto eterogenei (una vecchia intervista al Nouvel Observateur,
una dichiarazione amorosa della Kristeva e due duetti discorsivi pronunciati in pubblico) su un arco di vent’anni. E lungo il 'racconto', il lettore brancola un tantino, soprattutto quando la brillantissima studiosa ragiona sugli schemi psicanalitici fondamentali di matrice freudiana dietro la coniugalità. Ma si tratta di figure complesse. Fino al gusto sottile dell’autocontraddizione, nel caso di Philippe, che indossa spesso in pubblico la maschera dello scrittore dandy vagamente kierkegaardiano, nel cui cuore il Don Giovanni giovanile sopravvive orgogliosamente all’arrivo della passione civile e poi di quella religiosa, coltivata in particolare attraverso un’ammirazione di recente molto esibita per la liturgia cattolica e il Magistero romano. Philippe, ovvero il 'miglior paziente' di Julia, certo. E nel volume, lei ironizza sul camaleontismo del marito, maestro di sperimentazioni e pastiche tanto nei sofisticati romanzi indirizzati a un pubblico di aficionados, quanto nella vita. Un 'polimorfo', spiega la psicana-lista, a sua volta campionessa d’eclettismo dal curriculum impressionante, soprannominata in famiglia 'Honoris causa', come ricorda Sollers, evocando i continui viaggi della moglie per ricevere titoli e premi ai quattro angoli del globo. 

L’intervista al settimanale preferito della cosiddetta 'gauche al caviale', concessa in quel 1996 ancora un po’ nell’onda della ruggente Parigi mitterrandiana, esibisce due celebrità forse troppo intellettuali. Brillante è certo l’analisi della Kristeva sulle nevrosi conclamate di coppie adulate come Sartre-Beauvoir. Ma a volte si sconfina troppo nella teoria. Cos’è in sostanza un matrimonio? «Un modello di armonie dissonanti », conclude la studiosa con l’ennesimo paradosso.
Nel secondo scambio pronunciato davanti a uno squisito parterre accademico (siamo già nel 2011), in una Francia culturalmente disorientata che in 15 anni ha visto tante vecchie certezze e altezzosità sciogliersi come cera, pure la coppia gaudente pare visibilmente cambiata.

Così, fra una discettazione di Julia e una battuta di Philippe, affiora pure l’evocazione di due traumi privati occorsi proprio sul bastimento 'Gioielli': un aborto clandestino 'dolorosamente subito', ricorda Julia, prima di evocare in chiusura David, il figlio affetto da handicap che ha rischiato di non farcela. Riappare così il ricordo di una donna disperata per un piccolo, come già milioni di altre su questo vecchio mondo. Stesa su un materassino in una camera d’ospedale, implorando chissà cosa ai piedi di un letto. Su questo intimo versante, è nato il bisogno delle lettere scambiate con «Jean Vanier, cattolico, fondatore dell’Arca, che ha creato case di accoglienza per persone handicappate in centoquaranta paesi in tutto il mondo».

Nel volumetto giunge così uno spartiacque. Perché gli ultimi due testi, pur brevi, sono di un’umanità sorprendente. Sul filo dei ricordi, dal 'patto a due' Kristeva-Sollers firmato in municipio nel 1967 cominciano a sprizzare scintille calde. Luccicano pepite. Julia se la prende con la «banalizzazione degli spiriti che ci minaccia e che è ai miei occhi il male radicale». E della sua coppia, evoca pure la comune eredità ricevuta da genitori cristiani, ortodossi bulgari nel suo caso, cattolici per Philippe. Lasciti di famiglia e di studi in scuole religiose nel corso d’infanzie a loro modo trasognanti e che forse non hanno mai smesso di suggerire una strada. Molto è stato poi riposto a lungo in un cassetto, ma nel velluto. Pronto ad offrire vivide emozioni sul filo dei ricordi: «L’adolescente Sollers è un credente ribelle, non smette mai di reinventare il proprio paradiso. Adamo ed Eva erano degli adolescenti. Dante e Beatrice anche, tutti noi siamo degli adolescenti quando siamo innamorati». Julia descrive qui il marito al Collegio dei Bernardini, il centro culturale parigino voluto dal compianto cardinale Jean-Marie Lustiger. 

Si termina parlando d’amore, più che di tecniche e transfert erotici. E la brillantissima Julia, emigrata quasi clandestinamente a 25 anni dalla Bulgaria comunista per trovare a Parigi provvidenzialmente le braccia del suo Philippe, esalta allora «il Cantico dei cantici, il testo amoroso da me preferito, che fonda - per la prima volta al mondo, credo - la possibilità di un legame amoroso tra un uomo e una donna: poesia pura, intrecciata con una filosofia dell’impossibile e tuttavia gioiosa». È un capolavoro misteriosamente sempreverde anche per l’incallito sperimentatore Philippe: «Il Cantico dei cantici dice che l’amore è forte come la morte. Questa cosa m’impressiona molto: se amo, potrò forse essere forte come la morte, o vincere la morte?». Sulla sedicente bocca dongiovannesca, risuonano allora note di tenerezza coniugale: «Continuiamo a essere bambini insieme, a parlarci come due bambini». Mentre Julia spiega alla fine, da psicanalista, con parole comprensibili a tutti, che «dal momento che credo di essere amata - nel senso di una certezza incrollabile -, che il mio papà mi ami, per esempio, che la mia mamma mi ami, allora, la gelosia non ha il potere d’intossicarmi». Alla fine, consola che pure negli alti appartamenti parigini del Quartiere latino con vista sul Senato, il dantesco trasumanar provochi ancora qualche sospiro.
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