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I coniugi Kabakov, soviet-nostalgici?
Maurizio Cecchetti
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Chi ha un’età sufficiente per aver vissuto alcuni passaggi storici del Novecento può provare uno strano spaesamento oggi. Non sono abbastanza vecchio per aver sperimentato il clima di oppressione che dominava l’Europa nella prima metà del secolo, ma lo sono abbastanza per aver vissuto le ansie da guerra fredda, la minaccia nucleare, i postumi del Vietnam, la crisi petrolifera e il clima del terrorismo politico, le battaglie a sostegno dei dissidenti al regime sovietico e le denunce dei crimini staliniani, fino al crollo del sistema comunista in tutto l’est europeo e la perestrojka gorbacioviana.


Era un clima plumbeo, molti di noi temevano una terza guerra mondiale. Paure forse apocalittiche, ma l’aria che si respirava non era affatto buona e la sensazione quella del disastro imminente (quella che, per altre ragioni, molti provano anche oggi). La comunicazione globale stava lavorando ai fianchi il sistema sovietico e già all’inizio degli anni Ottanta (con la protesta polacca e il Papa venuto dall’Est) si ebbe l’impressione che il comunismo non avrebbe retto a lungo. Quando la televisione trasmise le immagini del Muro di Berlino che cadeva il primo pensiero fu: «Finalmente »; il secondo, subito dopo, fu: «E adesso?». Che cosa succederà se il muro contro muro perde uno dei due antagonisti? Il mondo capitalista era ipoteticamente meglio, non c’è dubbio, almeno sotto l’aspetto delle libertà apparenti concesse all’individuo, ma era anche un mondo desiderabile oppure occorreva cercare una terza via? Proprio quel Papa polacco aveva scritto un’enciclica mettendo in guardia dai facili entusiasmi, sosteneva che entrambi i sistemi erano difettosi e se uno era caduto tradendo la promessa di creare l’uomo nuovo, l’altro, più pragmatico, rischiava di prendere le redini del mondo in nome del dio profitto.


Quel Papa polacco, per me che studiavo i non-conformisti francesi degli anni Venti e Trenta, mi sembrava un erede lontano del loro pensiero critico tanto verso il comunismo quanto verso il capitalismo (si badi che in quella schiera c’era anche Mounier e la sua creatura, “Esprit”). È una storia che dura ancora oggi: il capitalismo ha il difetto fondamentale di mettere al centro non l’uomo ma il capitale e il profitto. Lo spaesamento che si prova oggi ha su alcuni un effetto strano che li porta a dire: «Non era poi così terribile, non si stava poi tanto male » (sotto il sovietismo). È questo che pensano molti russi oggi, e da quel che posso capire un po’ anche i Kabakov, Ilya & Emilia, i nomi più attuali di quell’universo artistico. La mostra che si è aperta qualche giorno fa nei sotterranei del Lac di Lugano, denominati Spazio 1, vuole in un certo senso mettere in luce il punto di confluenza di una storia iniziata molto tempo prima con le avanguardie novecentesche: The Kabakovs and the Avant-gardes, pone i coniugi russi come punto finale di una traiettoria storica.


È il caso di ricordare che subito dopo l’ultima guerra mondiale, sul crinale degli anni 40-50, si discusse accanitamente di “fine dell’avanguardia”. Due guerre mondiali avevano fatto decine di milioni di morti, molti dicevano «mai più». Avanguardia, come ci ha mostrato da tempo la critica, viene dal linguaggio bellicistico. Per cui fine dell’avanguardia, voleva dire basta con le guerre, sia militari sia artistiche e culturali che siano. Ma oggi invoca il ritorno alle avanguardie. E fa lo stesso effetto di chi dice «Non era poi così male». In chi vorrebbe rivalutare l’epoca sovietica c’è il bisogno, credo, di abbassare il tono dell’eccesso, di spreco della ricchezza, contro lo sfruttamento e l’ingiustizia. Insomma, si vuol dire che l’ideologia socialista era buona anche se la realizzazione è stata pessima. La mostra dei Kabakov è basata su questa idea: far scegliere loro la compagnia in cui vorrebbero stare all’interno dell’avanguardia. Poiché lo Spazio 1 è quello che ospita la collezione privata di Giancarlo e Danna Olgiati, in deposito al comune di Lugano finché l’ente non la erediterà dagli stessi, le opere che vediamo sono tutte di quella collezione: sette dipinte dai due russi e collocate sulle pareti perimetrali della prima sala a racchiudere al centro una piccola sezione di opere delle avanguardie storiche scelte e disposte dagli stessi Kabakov, anche queste della collezione Olgiati (ma non in deposito): Larionov, Goncharova, Exter, Léger, Kandinskij, Malevic, Menk’ov, Popova, Rodcenko, Schwitters, Marinetti, Boccioni, Balla, Russolo, Sironi, Depero, Prampolini...


Si tratta, insomma, di una mostra fatta in casa, che vuole essere l’aperitivo della mostra che la Tate Modern di Londra dedicherà ai due artisti russi il prossimo anno. L’happy hour artistico, però, a me sembra autopromozionale per una collezione che ambisce livelli internazionali (i titoli e le spiegazioni delle opere sono in inglese, eppure siamo ancora nella Svizzera italiana). Le opere dei due russi sono datate tra il 1999 e il 2008, per cui l’unica opera nuova, in fondo, è il disegno che i Kabakov hanno inviato agli organizzatori per l’allestimento della mostra. Il gioco della memoria sarà certo poetico, il risultato però è abbastanza modesto.
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