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Georgia tra Vello d'oro e «matrigna» Russia
Franco La Cecla
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​La chiesa di San Nicola nella fortezza di Narikala

Dal 30 settembre il Papa sarà in Caucaso, terra di frontiera dove si intersecano civiltà millenarie.

Accanto alle acque impetuose del Mulkhra, che scende dalle vette del Caucaso e attraversa il villaggio di torri di Mestia: al di là delle cime innevate c’è la Russia, qui siamo in Georgia, nella provincia da sempre abitata dagli Svani, la Svanezia. Già nel I secolo a.C. Strabone definisce i Soani montanari fieri, che abitano i villaggi lungo l’ascesa ai difficili valichi che nel corso dei secoli hanno visto innumerevoli conflitti e altrettante saghe di cosacchi, azeri, yazidi, circassi, persiani, ottomani e russi.
 
Ruska Jorjoliani, giovane scrittrice georgiana che vive in Italia e che qui ha pubblicato un “romanzo russo” molto bello, La tua presenza è come una città, è fiera di appartenere a questa valle, dove la sua famiglia possiede una delle torri che dall’anno Mille svettano tra le case dei villaggi. Racconta che queste acque veloci e minacciose del Mulkhra sono probabilmente all’origine della leggenda del Vello d’oro. I torrenti qui portano minuscole particelle auree strappate alle rocce; da sempre gli abitanti delle valli mettono in acqua pelli di pecora a trattenerle. E andavano a vendere le pelli sul Mar Nero, in quella regione poco distante che una volta era la Colchide – la riva a cui approdarono gli Argonauti. Questa grecità si è mescolata nei secoli a dare l’impronta di una terra che si è concepita da sempre come l’ultima propaggine dell’Europa. Certo, salire fin quassù era molto difficile, i sentieri pericolosi, i montanari sempre pronti a trasformarsi in briganti e in ribelli contro ogni potere costituito, oppure in guerra e vendetta di clan. Un mondo greco ma anche animista, profondamente radicato in culti dei luoghi e delle montagne. Con storie di santi e martiri cristiani, dalla regina Tamara ai vari pellegrini, eremiti e monaci.

Ruska mi ha mostrato le tombe dei suoi antenati, in un villaggio isolato per buona parte dell’anno dalla neve e dalla pioggia. Le tombe spiccano su un prato rigoglioso e tra alberi di noci. Tra di esse la tomba di un forzato che agli inizi del ’900 era stato mandato in catene in Siberia e che si è fatto ritrarre con le catene sulla pietra tombale. Era riuscito a fuggire e aveva portato con sé una campana. Ruska me la indica appesa a un albero, con le iscrizioni in cirillico. L’aveva portata a braccia per un lungo tratto, poi forse fin qui con vari mezzi: forse con la stessa slitta primitiva di tronchi ora appoggiata ad una delle case. Una storia per raccontare anche il rapporto di odio e amore che lega la Georgia alla terribile matrigna russa. Ruska me lo dice: ha scritto un romanzo russo perché suo nonno era stalinista (Stalin era nato a Gori, in Georgia, terra che aveva sempre odiato), suo padre ha combattuto contro i russi che fino ad anni recentissimi hanno minacciato di invadere la Georgia e le hanno preso con le armi l’Ossezia e l’Abcasia (nel recente 2008). Lei scrive per poter capire chi è. E in italiano, una storia intensa di amici travolti prima da Stalin e poi via via fino a Brežnev. Le chiedo perché non scrive della Svanezia, di questa terra che parla una lingua più antica e differente dal georgiano, delle storie dei suoi avi. Mi dice che non è pronta. È andata in Italia dieci anni fa adottata da una famiglia siciliana in uno scambio durante la guerra tra Russia e Georgia, per garantire protezione e sicurezza per studiare. Cerco di riflettere con lei a cosa significa questa ultima appendice dell’Europa, abbarbicata al Caucaso, ma gelosa della sua cristianità e della sua storia volta ad Occidente.
 
Per molti versi questa terra è centrale alla storia dell’Europa stessa, strappata più volte all’islam sciita dei Persiani e a quello sunnita degli Ottomani. Ancorata a un “culto” del vino, che si dice sia stato prodotto qui per la prima volta. Accanto alle edicole votive che ho visto inerpicandomi per la strada a precipizio che porta fin qui sono deposte bottiglie della prima distillazione della chacha, la grappa di vino dal sapore fumato di questa terra.
 
Ieri ho partecipato a una supra, una cena di villaggio che si dice sia erede della tradizione del simposio greco. Nella grande casa di legno circondata da alberi di noci una tavolata di venti metri coperta da una infinità di piatti, uno sull’altro ricolmi di carne di pollo e di maiale, di focacce ripiene, di melanzane coperte di polvere di noci, di mele, pere, angurie, cipolle, dolci. In piedi il tamada, il capobanchetto a cui è delegato il compito di innalzare i brindisi. Con un linguaggio rituale alza il calice agli antenati, agli abitanti del villaggio, agli ospiti. Si può bere solo dopo ogni brindisi e si beve molto, il vino di qui: in Georgia ci sono 565 varietà autoctone, coltivate con metodi tradizionali e in otri d’argilla che vengono infossati nei magazzini dove avviene la spremitura. Un patrimonio che gli enologi “bio” stanno cercando di difendere da americani ed europei che vorrebbero “modernizzare” ed eliminare l’eccesso di varietà. Bevo alla levata dei calici, anche se il tamada funziona male questa sera: è visibilmente ubriaco mentre dovrebbe essere l’unico a restare sobrio, e in più pala male la lingua locale, perché è uno straniero che ha sposato una del villaggio. Questa sera era la sua occasione per dimostrare di farne parte. Ma come sempre accade l’incrocio tra tradizione ed innovazione produce strane ibridazioni. Le donne, che da cinquecento anni stanno a guardare gli eccessi dei loro montanari, sorvegliano la tavola perché nulla vada oltre il previsto.

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