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Politiche per la famiglia e situazioni di fatto
Scivolone ideologico nella Milano di Pisapia
Francesco Riccardi
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​Nessuna sorpresa, ma non per questo meno sconcerto. La decisione della giunta di Milano di modificare il regolamento del "Fondo anticrisi" del Comune – destinando il sostegno per l’affitto o l’acquisto della casa anche alle coppie di fatto, etero e omosessuali – è una scelta che non stupisce. Perché già annunciata, nelle sue linee di principio, fin dalla campagna elettorale del sindaco Giuliano Pisapia, che ha ribadito più volte anche di voler istituire il cosiddetto "registro delle unioni civili".

In attesa di quell’atto, peraltro privo di qualsiasi valore giuridico, la giunta comunale ha pensato bene (anzi male) di agire facendo leva sulla definizione di "famiglia anagrafica", così come ridisegnata dalla legge del 1989. Questa prevede – al solo fine, amministrativo, di "fotografare" le situazioni di fatto – che siano registrate sullo stesso stato di famiglia «l’insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozioni, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti...». Un vincolo affettivo semplicemente dichiarato dai soggetti conviventi all’atto della registrazione in Comune. Senza che vi sia né alcun controllo da parte dell’ufficiale dell’anagrafe (e, d’altronde, come sarebbe possibile?) né per ciò stesso alcuna certificazione ufficiale da parte dell’ente pubblico, che non sia la mera presa d’atto di un’auto-dichiarazione.

Ciò che sconcerta, allora, è che il sindaco di Milano, che è avvocato e uomo di legge, scelga con questo atto di ribaltare le fonti del diritto, anteponendo una legge di regolazione amministrativa addirittura alla Costituzione. Che all’articolo 29 è inequivocabile nel riconoscere «i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». E all’articolo 31 impegna la Repubblica ad agevolare «con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose». Porre sullo stesso piano coppie che – sposandosi civilmente o religiosamente – assumono un preciso impegno pubblico e persone che – per scelta, o per impossibilità – non rendono vincolanti i propri legami "affettivi", significa violare la lettera e lo spirito della nostra Carta fondamentale. Perché delle due l’una: se il riferimento degli (ovviamente positivi) aiuti economici è la singola persona, conta solo il suo stato patrimoniale. Se invece si intende assumere la famiglia come soggetto, allora occorre necessariamente riferirsi alla definizione scolpita nella Costituzione e sempre ribadita dalla Consulta. Per rispetto della verità, anzitutto. E per perseguire davvero il bene comune. È importante tutelare comunque i figli, al di là delle "scelte" dei genitori. Ma è necessario al tempo stesso evitare riconoscimenti impropri e dare chiara e incontestabile priorità alla famiglia fondata sul matrimonio. Che non è favorita dalla Costituzione per "ideologia", ma perché orientata a garantire quei rilevanti beni sociali che sono la stabilità delle relazioni fondamentali e la creazione di un ambiente più accogliente per i figli.

Il provvedimento presentato dalla giunta milanese si annuncia, in modo radicale e stridente, di segno opposto. Se dovesse essere davvero così, una simile scelta si rivelerebbe – essa sì – una pura affermazione ideologica. Nel ricordare – e ribadire – le giuste priorità nell’utilizzo delle risorse pubbliche non c’è alcun intento discriminatorio. Perché qui non ci sono discriminazioni da sanare, ma condizioni e scelte oggettivamente diverse. La peggiore ingiustizia, lo insegnava anche don Lorenzo Milani, è trattare in maniera uguale situazioni differenti.
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