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70 anni dopo: memoria e dovere
Che cos'è il 25 aprile
Ferdinando Camon
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​Per chi c’era, in quella fine aprile e inizio maggio del 1945, la liberazione dai nazifascisti fu un evento enorme, e come tale allora non valutabile e non comprensibile. Sì, scappavano i fascisti e i nazisti, ma chi restava? E chi veniva? Per fare che cosa? S’intuiva che nella liberazione dai nazi-fascisti c’era il germe oscuro di un’Italia dai molti partiti, forse ancora monarchica (ma diversamente), forse addirittura repubblicana, comunque senza manganelli, senza olio di ricino, con manifestazioni pubbliche, giornali, giornali radio. Si sentiva che la Resistenza avrebbe contato moltissimo.


Noi eravamo un popolo che "aveva la Resistenza". Sì, eravamo il popolo che aveva inventato il fascismo e il fascismo era stato il maestro del nazismo. Che poi l’allievo avesse superato il maestro, questo era già nella storia. Però noi avevamo inventato il fascismo ma anche la lotta al fascismo, la resistenza del popolo. Ci sono popoli che ci sfottono con la famosa barzelletta coniata contro di noi: «Qual è il libro più breve del mondo? Risposta: l’elenco degli eroi di guerra italiani». A questa barzelletta rispondeva Brecht («Infelice quel popolo che ha bisogno di eroi»), ma rispondiamo anche noi, quando vediamo sul digitale o su Sky o al cinema, qualcuno dei tanti film costruiti sui cosiddetti eroi di guerra: la grandezza della guerra e la grandezza umana stanno su piani diversi, ambedue sono memorabili ma una sola è benefica. E la Resistenza ha avuto un suo eroismo, che nasceva proprio dall’essere la parte militarmente improvvisata e dunque più debole. Bande contro esercito.


Oggi, 25 aprile, noi festeggiamo la vittoria delle bande. Abbiamo un lungo elenco di eroi partigiani, perché abbiamo avuto una lunga Resistenza. E possiamo dire: «Infelici quei popoli che, avendo una dittatura, non hanno anche una Resistenza». Magari avranno diserzioni, tradimenti, congiure, attentati, ma le congiure dei comandi militari, gli attentati alla vita del dittatore, le bombe alle sue riunioni, sono atti eroici, molto eroici, però non sono azioni del popolo, sono sempre azioni del vertice.


Man mano che cresceva la Resistenza al fascismo e che cresceva la repressione fascista, si faceva chiaro un concetto: una parte avrebbe vinto e l’altra avrebbe perso. La parte perdente non combatteva più per la vittoria: combatteva per la vendetta. Il suo motto era: «Morire come lupi». È questo che rende impossibile oggi onorare ambedue le parti. Aver pietà per i morti dell’altra parte è umano ed è cristiano, ma il tributo d’onore è un’altra cosa.


Il capo dello Stato, il cattolico democratico Mattarella, ci ricorda che una parte combatteva per la libertà, l’altra per la sopraffazione. Da una parte è venuta l’Italia in cui viviamo, che avrà mille difetti ma li possiamo denunciare e combattere, dall’altra sarebbe venuta un’Italia in prosecuzione di quella che moriva, che avrebbe continuato a far vivere i suoi cittadini in attuazione della volontà di un uomo o di una oligarchia o di una dottrina. Controllato da quella volontà, tu dovevi essere fascista, non potevi essere marxista, non potevi essere liberale, non potevi essere cristiano... È questa la differenza.

Ed è una differenza che sta nella Costituzione. Il che significa che il risultato più grande e più duraturo della Resistenza è la Costituzione che abbiamo.


Chi è morto da partigiano o da resistente, è morto perché fosse cambiata la Costituzione. La Costituzione si può perfezionare, tutto è perfettibile, ma non si può tradirla. Ricordare oggi la Resistenza, settant’anni dopo, vuol dire ricordarsi di questo.
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