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Le domande disperate e la fede che deve sorreggere
Tempo di credere nel Dio che soffre con noi
don Maurizio Patriciello
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Tempo di credere è il titolo di un famoso libro di don Primo Mazzolari. Se ogni giorno è 'tempo di credere', oggi lo è in modo particolare. In queste ore in cui la tristezza sfiora la disperazione e la rassegnazione. Questo è il tempo in cui dobbiamo continuare a credere. Anzi, il tempo in cui dobbiamo rafforzare la nostra fede sempre vacillante. L’atrocità della violenza, il non senso, la morte scaraventata in faccia a persone innocenti e ignare ci lasciano senza fiato. Con il desiderio di correre, di scappare via. Scappare e dove? «Dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti». Come colmare questo senso di profondissimo vuoto che ci accompagna da ieri mattina? «Rimanete nel mio amore», ci dice Gesù. Come i discepoli in fuga verso Emmaus, dobbiamo implorare insieme: «Resta con noi, Signore, perché si fa sera...». Per la verità, più che sera, è notte fonda. Credere. Continuare a credere che Dio c’è. Che ci ama. Che sta soffrendo con noi e per noi.

Il terrorismo è illogico, vigliacco, disumano. Semina paura. Distruzione. Morte. Il terrorista ha pericolosamente permesso all’odio di colmargli il cuore. Il terrorismo è rapina. Di vita. Di gioia. Di futuro. Di speranza. È paura che ti inchioda. Che ti gela il sangue nelle vene. Che ti toglie la voglia di continuare a impegnarti e lottare. E invece no. Deve accadere il contrario. Il dolore che si sprigiona dai nostri cuori ci affratella, ci unisce. Le immagine delle persone che scappano dal luogo dell’ agguato ci inteneriscono, ci fanno piangere.

Come siamo piccoli di fronte al dolore e alla morte. Come siamo piccoli di fronte alla grandezza della vita. Davanti a tanta sofferenza inutilmente provocata l’uomo – tutti gli uomini di tutto il mondo – si scoprono disarmati. Impotenti. Qualcuno si lascia cadere le braccia. È tentato di arrendersi al male. La voglia di abbracciare tutti è immensa. Il credente prega. Supplica. Invoca. Anche se ripete l’ invocazione antica: «Dio, dove sei?». E tornano le domande che non troveranno mai risposte quaggiù: «Perché, Signore. Perché? Perché non lo impedisci? Perché non hai fermato la mano degli assassini? Perché permetti che l’innocente soffra? Quando, Signore, quando giungerà la pace?». Ma Dio tace. Il cielo è come sigillato. Dall’alto non arriva alcun segnale che possa soddisfare il cuore. Dio è morto, ha detto qualcuno. «Gli occhi che hanno visto Auschwitz non potranno più contemplare Dio». Anche gli occhi che hanno visto lo scempio nella città di Bruxelles. Ma è proprio così? La tentazione di eliminare Dio ritorna prepotente. «Se tu squarciassi il cielo e scendessi!», pregano i credenti. Ma sembra che il cielo non si squarci e Lui non scenda. Perché è già sceso. E scende di continuo. Fino alla fine del mondo, scende.

Lo scempio di Bruxelles avviene a poche ore del Venerdì Santo. «La cosa migliore che i nostri occhi possono fare in questi giorni è leggere la passione di Gesù», scriveva don Giuseppe De Luca. Facciamolo. Corriamo a prendere il Vangelo. Immergiamoci nel racconto della passione e della morte di Gesù. Facciamolo in queste ore in cui la cattiveria umana ha tentato di oscurare il cielo come avvenne quel giorno sul colle del cranio. Quando alto si levò il grido del Giusto: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Perché ci hai abbandonato Dio? Perché? Perché ci lasci in balia di uomini arrabbiati e senza cuore? Perché permetti che l’odio avveleni i giovani? Perché tanta ingiustizia sulla terra? Perché, Signore, l’innocente muore? Non è giusto. Non sarà mai giusto. Anche i credenti si lamentano con il loro Dio. Ma sanno chi è colui nel quale hanno avuto la grazia di credere. E si mettono a fianco dei loro fratelli in umanità. Con la fiammella della speranza accesa. Volendo, con Maria, sostenere il figlio di Dio Crocifisso e i crocifissi di Bruxelles. In silenzio. Con il cuore a lutto. Con le lacrime agli occhi e la preghiera sulle labbra. I credenti vogliono condividere un dolore che ci toglie il respiro, ma non la speranza. Ma vogliono anche gridare al mondo che Dio, ancora una volta, è stato messo in croce.
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