venerdì 27 aprile 2018
Il bambino è stabile. Genitori e medici hanno ripreso a lavorare insieme con l'obiettivo ora di riportare a casa il piccolo. Arriva l'incoraggiamento di Washington, che apprezza gli sforzi di Roma
Palloncini viola con il nome di Alfie davanti all'ospedale Alder Hey di Liverpool (LaPresse)

Palloncini viola con il nome di Alfie davanti all'ospedale Alder Hey di Liverpool (LaPresse) - LaPresse

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La lotta per la vita di Alfie non è finita. Anche se pure oggi tramite Facebook Tom Evans, il padre del piccolo affetto da una rara malattia neurodegenerativa, ha chiesto nuovamente di rispettare la privacy della famiglia e dell’ospedale Alder Hey, invocata ieri sera tramite un comunicato stampa comune. Tom ha ringraziato i tanti sostenitori dell’Alfie’s Army, ma li ha invitati a un passo indietro e «a rispettare» il comunicato diffuso ieri sera dalla famiglia convinta di collaborare con l’ospedale «per definire un piano che garantisca al nostro bambino dignità e conforto».

In serata è giunto anche un messaggio dal governo di Washington con una dichiarazione della portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Heather Nauert: «I nostri cuori e le nostre preghiere sono con il coraggioso Alfie Evans, la sua famiglia e i suoi amici – si legge nella dichiarazione diffusa ieri sera –. Comprendiamo che gli ultimi mesi sono stati difficili per loro. Rispettiamo le leggi britanniche ma apprezziamo anche gli sforzi dell’Italia per venire incontro ai desideri della famiglia».

Ora la faccenda si sposta su un piano diplomatico fuori dai riflettori. Lo ribadiscono i tanti supporter dell’esercito di Alfie e lo stesso zio Daniel Evans, invitando a non dare retta ai clamori della stampa. Giornali come il Daily Telegraph oggi infatti titolano «L’agonia di una battaglia che ha toccato cuori e menti». Ma, come ci ha confermato personalmente ieri il papà di Alfie, Tom, in realtà si tratta di una nuova strategia per «costruire un ponte con la struttura ospedaliera».

Tramite Facebook lo zio Daniel rassicura che l’incontro fra la famiglia e i medici è stato positivo e che si avvicina l’obiettivo finale di riportare Alfie a casa: «Ho visto che la gente sta credendo che questa sia la fine dell’esercito di Alfie? Tom ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma che non intende avvicinarsi ai media o che non desidera alcuna protesta. Questo varrà fino a quando qualcosa non cambierà nell’ospedale, ma speriamo e preghiamo che non succeda. Mirano a portarlo dove hanno sempre desiderato disperatamente: casa».

Fuori dall’ospedale Adler Hey di Liverpool quasi tutte le troupes e i giornalisti provenienti da tutto il mondo se ne sono andati. I sostenitori di Alfie fanno capolino all’interno dell’ospedale con discrezione, i poliziotti che piantonano all’esterno oggi sono due, ma ne restano una dozzina in quel reparto di terapia intensiva in cui questo bambino di 24 mesi è capace di respirare ormai oltre 3 giorni dopo il distacco della ventilazione assistita.

Quello del piccolo Alfie Evans «è un caso tragico che non lascia nessuno indifferente», ma «non c'è nessuna legge dell’Ue che possa essere invocata» per consentire il suo trasferimento in Italia; lo ha detto un portavoce della Commissione europea, Christian Wigand. Dal punto di vista legale «questa è una questione di sanità che è una competenza nazionale». A quanto si apprende, l’esecutivo comunitario non ritiene che si tratti di una controversia legata alla libera circolazione delle persone. Non commentando le decisioni assunte dai tribunali britannici, la Commissione «spera che tra le parti coinvolte possa essere trovato un modo per andare avanti nel migliore interesse del bambino», ha aggiunto il portavoce. Ma non è detta l'ultima parola.

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In Italia, dopo la grande partecipazione delle veglie di preghiera ieri sera a San Pietro, Milano e Torino, le iniziative proseguono: stasera a San Nicandro Garganico (Foggia) il paese scenderà in piazza per un rosario per Alfie. «Nelle vicende accadute al piccolo Alfie Evans, che tutti seguono con grande apprensione e partecipazione, colpisce e preoccupa il fatto che i comportamenti corretti da assumere fossero molto chiari e che,nonostante ciò, ci si sia accaniti a non metterli in atto». Lo afferma monsignor Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste. «In questo caso - prosegue Crepaldi - il giudizio morale si imponeva senza molti margini di discrezionalità: la vita del bambino doveva essere salvata e tutti gli interessati, familiari e personale sanitario, avrebbero dovuto aiutarlo a vivere, pur nella estrema precarietà Come provocare la morte possa essere fatto in vista del "bene" di un bimbo innocente - conclude - rimane una contraddizione logica ed etica difficile da spiegare».

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