sabato 30 luglio 2022
Il governo inglese ha disposto la chiusura del Gender Identity Development Service, accusato da una commissione indipendente di dispensare troppo superficialmente i farmaci bloccanti della pubertà
Un'immagine dalla pagina Facebook del Tavistock and Portman Nhs Foundation Trust

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Chiude a Londra per decisione del governo la clinica Tavistock, l’unica pubblica dedicata alla disforia di genere dei minorenni trattata con farmaci bloccanti della pubertà. La struttura, inaugurata nel 1989, cesserà di operare nella primavera 2023. La decisione è maturata in seguito al rapporto che nel gennaio 2021 denunciò l’«inadeguatezza» dei servizi offerti. «Forti criticità» furono rilevate sulla verifica del consenso informato dei pazienti ammessi ai trattamenti di transizione da un sesso all’altro. Le competenze del centro verranno trasferite a centri regionali incaricati di adottare nei confronti della salute dei minori un approccio «olistico».
La stampa inglese ha dato grande risalto a una notizia apparsa subito clamorosa perché si tratta del primo, esplicito segno di un mutamento di rotta sul trattamento dei casi di bambini e adolescenti che manifestano disagi nel riconoscersi nel proprio sesso. Le critiche rivolte alla clinica dalla dottoressa Hilary Cass, pediatra, alla guida della Commissione che ha condotto l’indagine indipendente sui servizi per il trattamento dei disturbi relativi all’identità di bambini e giovanissimi, riguardavano la cura dei pazienti sia all’interno che all’esterno dell’ospedale, le lunghe liste di attesa e il fondato sospetto che alcuni pazienti siano stati indirizzati troppo sbrigativamente a un percorso di transizione di genere senza esplorare adeguatamente altre soluzioni terapeutiche.
Dunque il «Tavistock and Portman Nhs Foundation Trust» è stato incaricato dall’Nhs (il Servizio sanitario britannico) di chiudere il suo «Gender Identity Development Service» (Gids). In una nota del Nhs si legge che «il contratto con il Gids cesserà quando tutti i giovani visitati dal Gids o in lista d’attesa saranno stati trasferiti in modo sicuro a nuovi servizi». La clinica Tavistock ha dovuto far fronte a liste d’attesa sempre più lunghe a causa dell’aumento del numero di giovani inviati per risolvere questioni legate a disturbi relativi all’identità sessuale. Nel 2021-22 ci sono state oltre 5.000 richieste di assistenza al Gids rispetto alle 250 di 10 anni prima. Lo staff della Tavistock è stato accusato di aver adottato un atteggiamento superficiale con un incoraggiamento indiscriminato verso la prospettiva di una transizione di genere anche di fronte a casi d’incertezza – caratteristici dell’adolescenza – rispetto alla propria identità. Tra i casi più problematici emersi, anche quelli relativi a minori con disturbi dello spettro autistico avviati alla riattribuzione di genere. Un approccio che ha suscitato crescenti resistenze nel mondo medico e in quello politico ma anche nei media e in settori del femminismo britannico che contestano la propaganda sull’autodeterminazione di genere (il "self-id").
La clinica è stata anche al centro di battaglie legali sull’età in cui i minori dovrebbero essere autorizzati ad accedere ai farmaci per il blocco della pubertà. Il caso che aveva fatto affiorare i problemi della Tavistock è stato quello di Keira Bell, che aveva chiesto giustizia per essere stata indotta a diventare maschio a 16 anni senza che le fosse stato spiegato adeguatamente cosa avrebbe comportato un simile atto irrevocabile e se vi fossero alternative praticabili. In piena adolescenza a Keira erano stati fatti assumere farmaci nell’ambito di un doloroso percorso di transizione ormonale da femmina a maschio di cui poi la giovane però si è pentita. La sentenza di primo grado le aveva dato ragione, riconoscendo che bisogna porre un freno alla pratica della riattribuzione di genere dei minori, ma poi il verdetto che aveva dato torto alla Tavistock era stato ribaltato in appello. La questione però ormai era aperta, con un ripensamento che ha portato alla decisione del governo di chiudere la clinica.
Il modello che dovrebbe ora essere introdotto prevede centri regionali con specialisti in grado di fornire un’assistenza a 360 gradi e di condurre ricerche approfondite a supporto del processo decisionale. «Siamo in grado di iniziare a costruire un servizio più solido – spiega l’Nhs – espandendo l’offerta e migliorando l’attenzione alla qualità in termini di efficacia clinica, sicurezza ed esperienza del paziente».

(Ha collaborato Angela Napoletano)

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