mercoledì 4 aprile 2018
Nel giorno in cui avrebbe dovuto laurearsi, Francesco Gallone, il giovane disabile milanese morto in gennaio a 23 anni, è stato comunque festeggiato dall'Università Cattolica con la mamma Anna.
E Francesco, morto a 23 anni, si «laurea» con un video. Sulla speranza
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«Lei non sa chi sono io»: c’è tutta la dirompente personalità di Francesco Gallone in questa battuta che dà il titolo al breve filmato realizzato per raccontarsi, con orgoglio buono e ironia tagliente. Non poteva immaginare quanto pubblico avrebbe assistito alla proiezione della sua piccola opera, mercoledì 4 aprile: la solenne aula degli atti accademici all’Università Cattolica di Milano stracolma per la sessione di laurea nella quale avrebbe dovuto discutere la tesi in Scienze della formazione.

Mancava solo lui, ma c’era il suo spirito indomito, tutto intero.

Francesco è morto a fine gennaio, improvvisamente, a 23 anni. La sua disabilità non gli ha risparmiato nessuna sofferenza, ma lui ha risposto colpo su colpo, fino all’ultimo, mostrando di cosa è capace una persona considerata dalla cultura prevalente un peso, un problema, se non uno "scarto", per dirla col Papa. Perché «lei non sa chi sono io», com’è parso chiaro a tutti nella cerimonia allestita con rara sensibilità dall’ateneo per la consegna alla coraggiosa mamma Anna dell’attestato che certifica l’idoneità a laurearsi con una tesi sulla relazione di cura (anni di terapie, interventi, riabilitazioni, scuola, sport, ricchissima vita di famiglia hanno fatto di Francesco una vera autorità).

Come in ogni discussione di tesi, il professor Luigi Pati, preside della facoltà e relatore, ha presentato il candidato e il suo lavoro di ricerca, già pronto e rilegato, ora a disposizione di studenti e ricercatori: «Francesco ha lasciato un’impronta profonda tra chiunque l’abbia conosciuto, anche qui in Università Cattolica», dov’è attivo un collaudato servizio per gli studenti disabili guidato da Fabrizio Cappelletti.

Pati va al dunque del lavoro di Francesco: «Siamo tutti cresciuti nella relazione con lui, che considerava il rapporto tra persone fondato su reciprocità e dialogo come base di ogni cura, nella quale è decisivo il dialogo empatico: vale più un sorriso di una parola».

Bastano meno di quattro minuti per capirlo, il testo affidato a scarne sovrimpressioni su immagini della vita di un bambino e poi di un ragazzo e un uomo al quale è impossibile porre barriere e confini tanto è chiaro che si sente libero assai più di chi lo guarda dall’alto verso il basso della sua carrozzina: «Un giorno un dottore mi disse: arrenditi, lo sport non fa per te, non potrai mai essere autonomo – annota arguto Francesco su immagini che dicono tutto il contrario –. Da quel giorno per me è nata una sfida. Egregio dottor Sotutto, la sua diagnosi non sa chi sono io!».

Sulla citazione conclusiva di Georges Bernanos – «La speranza è un rischio da correre» – neppure i medici dell’Ospedale Niguarda che l’hanno assistito e che non hanno voluto perdersi la "sua" giornata universitaria riescono a trattenere lacrime di nostalgia e di gioia. Perché Francesco non c’è più, non nel modo in cui c’era prima, almeno. Ma è certo che continuerà a farci trovare orme di sé.

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