mercoledì 21 dicembre 2016
Stefano Zecchi, attingendo a pensatori borderline rispetto al politicamente corretto, come Evola, Guénon, Spengler, Jünger, traccia nel suo interessantissimo Paradiso Occidente (Mondadori, pp. 250, euro 19), una mappa della "filosofia del tramonto", magistralmente così sintetizzata: «La decadenza è la separazione dalla tradizione; questa separazione è vissuta come lo smarrimento nel deserto nichilista; il nichilismo si manifesta come un'omologazione culturale, come annientamento dei valori tradizionali della nostra secolare cultura umanistica; il dominio dell'ideologia scientista del progresso trova la sua forma di potere nella tecnica; l'omologazione nichilista è la premessa per interpretare in modo negativo ciò che oggi chiamiamo globalizzazione».
Tutto era cominciato con Goethe, che aveva fatto tradurre dal suo Faust «in principio era il Verbo» con «in principio era l'azione». L'Occidente è ossessionato dall'azione che, nel momento stesso in cui lo appaga «gli mostra anche il consumarsi del tempo; l'ossessione dell'azione diventa ossessione della fine del tempo». Un recupero della dimensione contemplativa, propria di certe filosofie orientali, sarebbe salutare. Ma, per Zecchi, e per noi con lui, essenziale è soprattutto il recupero di una tradizione occidentale che nasce dall'embricazione della tradizione giudaico-cristiana, di quella greco-romana, e di quella umanistica (dal Rinascimento all'Illuminismo al Romanticismo).
La concezione lineare del tempo, tipica del giudaismo in risposta alle teorie cicliche dell'Antico Oriente, è modificata dal cristianesimo, conferendo un nuovo significato alla storia: «Poiché Dio si è incarnato in un uomo e, quindi, ha assunto un'esistenza storicamente condizionata, la storia è suscettibile di santificazione. Gli interventi di Dio nella storia hanno come fine la salvezza dell'uomo: il cristianesimo è una teologia, non una filosofia della storia, e la desacralizzazione del tempo storico comporta per l'uomo l'inevitabile perdita di sé, la morte eterna».
Zecchi, che è professore di estetica, annovera giustamente il pulchrum (la Bellezza), accanto al verum e al bonum, ma non accenna all'unum (l'Unità). Forse è una semplice dimenticanza, e non è il caso di aprire qui una discussione metafisica. Importa il recupero della Bellezza, non semplicemente citando l'abusata frase di Dostoevskij «la bellezza salverà il mondo», che «si sente dire a ogni angolo di strada (strade politiche e culturali) forse senza neppure capirne il significato», bensì ricostruendo una cultura della bellezza in cui l'arte ha una funzione decisiva, anche per il cristianesimo.
Zecchi è molto severo, per esempio, su molta architettura ecclesiastica contemporanea, compreso il padiglione vaticano alla Biennale di Venezia, opere che non aiutano a cogliere la bellezza della fede: «Sono opere che hanno bisogno di essere spiegate, devono ricorrere al critico per dire che lì si deve interpretare questo e là quello». Lapidariamente: «L'arte non va spiegata, l'arte spiega».
La conclusione è che «il principio di responsabilità va liberato da un'etica della conservazione che teme la vita con il suo inevitabile cammino verso il futuro», temperandolo con "il principio speranza": «La speranza è la passione che muove l'uomo a pensare e a costruire razionalmente il futuro oltrepassando la realtà esistente che irrazionalmente si suppone immodificabile». All'aggressività del fondamentalismo islamico l'Occidente può trovare valide risposte: «Oggi la religione si presenta come una difesa culturale della tradizione umanistica contro un postumanesimo scientista, e se nel nostro Occidente laico e secolarizzato non ci fosse ancora sentimento religioso scomparirebbe perfino qualsiasi dialettica sull'opportunità o meno di servirsi della biogenetica per la cura dei malati».
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