domenica 8 settembre 2019
Vendetta, tremenda vendetta, esaltante e tristissima vendetta. Una parolaccia scomoda: alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, per un attimo soltanto, non ha provato il desiderio di vendicarsi, di ripagare il male ricevuto con altro male? Un pensiero rimasto tale, quasi sempre. Un pensiero tradotto in azione, a volte. La brama di vendetta è un tarlo che tutti possediamo, sta poi a noi alimentarlo o tenerlo sopito. Erich Fromm non ammette eccezioni: «La passione per la vendetta è talmente radicata in profondità, da essere sicuramente radicata in tutti gli uomini». Da sempre la vendetta contribuisce a muovere la storia. Caino uccide Abele per vendetta, ritenendo un torto nei propri confronti la predilezione di Dio verso il fratello. Gli achei muovono guerra a Troia perché Menelao non può esimersi dal vendicarsi dell'affronto ricevuto da Paride, che gli ha sottratto la bellissima sposa Elena. Eccetera.
La vendetta è un piatto che si serve freddo, e questo ci dà tempo per tornare in noi stessi, ragionare e cercare altre vie per ottenere giustizia. Un piatto freddissimo è quello imbastito da Edmond Dantés nel più celebre romanzo la cui trama è mossa, scossa e portata a compimento dalla brama di vendetta, Il conte di Montecristo. Dantès subisce le peggiori angherie: perde il posto di capitano della nave, gli rubano la fidanzata, lo accusano falsamente di tradimento e lo seppelliscono in una prigione. Impiegherà 24 anni a vendicarsi.
Romanzi e film con al centro la vendetta sono innumerevoli. Negli ultimi anni i coreani hanno fatto compiere un balzo in avanti, quanto a spietata efferatezza, al genere, con la trilogia della vendetta di Park Chan-wook (nel 20014 il suo Old Boy fu premiato a Cannes) e il terrificante I Saw the Devil (2010) di Jee-Woon Kim. Qui la vendetta è assoluta: il Dantès di turno tortura il suo carnefice senza fine. L'Oriente ci supera? Mica vero. Basta pensare al Borghese piccolo piccolo di Alberto Sordi o alle infinite vendette dei western, a cominciare da Armonica, il pistolero interpretato da Charles Bronson in C'era una volta il West di Sergio Leone. O alle tremende vendette di Quentin Tarantino.
Innumerevoli vendette rappresentate possono indurci alla vendetta? Sono una scuola per aspiranti vendicatori? In realtà, è il contrario. La vendetta alligna dentro di noi, cerca di emergere e, per contenerla, niente è meglio di una entusiasmante catarsi liberatoria, assistendo alla rappresentazione fantastica di una vendetta, sulle pagine di un libro o su uno schermo, come a proposito di Montecristo aveva già intuito Antonio Gramsci: «Quale uomo del popolo non crede di aver subito un'ingiustizia dai potenti e non fantastica sulla "punizione" da infliggere loro?».
Il conte di Montecristo fu scritto da Alexandre Dumas, che si limitò a raccontare vendette immaginarie. Accade oggidì che ci sia chi organizza vendette collettive assai più concrete manipolando il consenso popolare. Lo spirito di vendetta appartiene a tutti; le persone consapevoli lo tengono a bada; molti altri non vedono l'ora di punire i responsabili, veri o presunti, dei propri mali, veri o presunti. Basta dir loro: le cose vanno male e siete infelici per colpa di quelli là, ma potete vendicarvi votando me. Elementare, perfino banale. Eppure, funziona. La nostra vita sociale e politica è pervasa di vendetta. Ne è avvelenata. E la vendetta, per molti, diventa un'ossessione distruttiva da cui non si guarisce. Ricordava Francis Bacon: «L'uomo che coltiva per tutta la vita la propria vendetta mantiene le sue ferite sempre aperte». E finché restano aperte, quell'uomo è facilmente manipolabile.
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