Var, ovvero quel finto strumento di giustizia
martedì 14 luglio 2020
Grazie Juve. Grazie per aver lasciato uno spiraglio alle speranze
tricolori di Lazio, Atalanta e Inter. Grazie per averci offerto scampoli di spettacolo con Dybala e Cristiano Ronaldo nonostante il naufragio del gruppo sarriano, mai così incerto e confusionario. Grazie per aver incassato con disinvoltura la lezione di calcio dell'Atalanta alla quale Sarri ha attribuito onestamente statura europea. Ma grazie, soprattutto, per aver goduto di quei rigori (uno in particolare, il primo) che hanno scandalizzato l'intero mondo: se avessero portato vantaggio ad altre squadre se ne sarebbe parlato un attimo, giusto per recriminare sull'assurda devolution del regolamento. Cosí, invece, è ingiustamente ma efficacemente esploso come “imbroglio juventino”. Come diceva mio nonno, presocialista ma biblicamente corretto, oportet ut scandala eveniant, è un bene che si verifichino gli scandali; e aggiungeva - italiano esperto - «prima che vengano
insabbiati». Aggiungo io: prima che da manipolazioni illecite delle regole non nascano norme ingiuste e sospette. Sempre che abbiano intenzione di discuterle coloro che hanno approvato con obbedienza cieca, pronta e assoluta il finto strumento di giustizia che si chiama Var (ripeto al colto pubblico e all'inclita guarnigione che il diabolico disgregatore e ingiusto aggeggio è La Var, al femminile, Il Var essendo il tapino promosso al suo servizio che, insultato, potrebbe querelare). I creduloni hanno colto il Grande Cambiamento promosso non da un celebrato riformista (fonti governative parlerebbero di illuminata Riforma) ma dal vituperato Carlo Tavecchio secondo la dilagante moda del “politicamente corretto” (che poi l'ha eliminato): tuttavia senza porsi l'obbligatorio interrogativo “chi controllerà i controllori?”. Ho più volte chiesto - senza mai aver risposta - quale sia l'impegno economico della Riforma Arbitrale; e i controllati sono contemporaneamente i controllori, quanto basta per avere dubbi sulla regolarità del tutto. L'aggeggio, più volte riveduto e corretto a livello europeo, ha trasmesso non solo incertezza ma leggerezza ai famigerati custodi del Regolamento che una volta chiamammo Immobili Parrucconi e oggi sono invece propensi a introdurre novità con sospetta facilità. Come quei rigori da manolesta che in Italia godono di una produzione doppia rispetto ad altri importanti Paesi calcistici
d'Europa. Il “cui prodest” sarebbe da sviscerare ma è ormai certo il danno che la deregulation rigoristica sta portando al gioco, sempre meno credibile quando - come nel caso che stiamo trattando - una delle più belle partite del secolo breve, interpretata magistralmente da una squadra a dir poco divertente e fascinosa come l'Atalanta, viene mortificata da un verdetto ingiusto. Vorrei dire ai bravi arbitri italiani - che vedo applicare la stupida norma anche con cinico gusto beffardo - di battersi per tornare all'antico, pena l'azzeramento della loro capacità e credibilità. E lo facciano ora, al tempo del Coronavirus, con l'adeguato spirito rivoluzionario che la stagione autorizza. P.S. Sarebbe gradita una risposta di Nicchi. Magari l'ultima prima del ventilato quanto opportuno prepensionamento.
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