Valduga, canto lieve, ragione del verso e indignazione
mercoledì 22 maggio 2019
Dopo la strepitosa performance di ricreare in italiano (tradurre è troppo poco) le Poesie milanesi di Carlo Porta (Einaudi), Patrizia Valduga torna con un proprio libro di poesie, Belluno (Einaudi, pp. 124, euro 14,50). Due parole anzi, una, sul Porta (1775-1821) che parecchi (Giovanni Raboni compreso) considerano grande poeta come Giuseppe Gioachino Belli, mentre a me proprio non va giù quel suo scollacciamento plebeo da puttaniere. Ma il lavoro filologico di trasfigurazione che Valduga ci costruisce su lo rende classico, come Porta stesso si riteneva: «Non voglio beghe, classico / sono e resto: coglione sia peraltro, / ma coglione classico se non altro». A Belluno, Patrizia Valduga, che è nata a Castelfranco Veneto, trascorre le estati e Belluno diventa corrispettivo spaziale di un'ossessione, l'onda emotiva e intellettuale del sodalizio umano e letterario con Giovanni Raboni, a quindici anni dalla morte di lui «Ma cosa ho fatto in questi quindici anni? / Mi pare di esser stata sempre sola… / a infracidire… fradicia di affanni… / Dilla per me, Johannes, la Parola!». Johannes, qui, è il protagonista di Ordet (La parola) di Karl Theodor Dreyer, che Valduga trasferisce in Lorenzo Da Ponte. Ma Johannes è pur sempre Raboni: Belluno e Da Ponte sono specchi infranti. L'erudizione della poetessa elucida in nota le rime di Da Ponte musicate da Mozart. Supremo talento di versificazione, in Valduga, con prevalenza del settecentesco settenario, che Giorgio Caproni aveva tentato: ma quella era farina genovese, mentre Valduga non cela le fonti, non teme la parafrasi. E valorizza il Settecento, secolo in calzoni di raso e parrucche incipriate, ma talmente razionale da obbligare all'artificio la natura. Ci sono anche quartine di indignazione: «E lo strazio dei pezzi “culturali”... / Non è più critica è criticheria». E anche: «Di tutto quello che succede al mondo / cosa pensano quelli del PD? / Me lo domando, sì, e mi rispondo / che non può andare peggio di così». Il tono, il tono soltanto è leggero. A p. 106 è riprodotta la lettera consegnata al sindaco di Milano l'11 gennaio 2018, sottoscritta da un folto manipolo di amici e ammiratori di Giovanni Raboni, con la proposta di intitolare al poeta un Centro di incontro e discussione «sul ruolo della letteratura nella nostra Età». La locazione ideale sarebbe quel che resta dell'antico Lazzaretto, vicino a via San Gregorio, dove Raboni era nato. Ottima idea, anche se a un Centro di quel tipo non è facile assicurare continuità. Finora, comunque, il sindaco non ha risposto. Nel breve saggio finale (otto pagine) Valduga fa giustizia di alcuni luoghi comuni della critica su Giovanni Raboni, a cominciare dal suo rapporto con la cosiddetta “Linea Lombarda”. Chiunque si occuperà della poesia di Raboni, non potrà non riferirsi a queste puntualizzazioni di Valduga che insiste sull'idea della comunione dei vivi e dei morti come «uno dei pochi pilastri» della “fede” del poeta: «Ma questa riflessione non ha niente di funebre o angoscioso: nessun poeta ha amato la vita come Raboni (tre mogli, un'enorme capacità di lavoro, e di viaggi e di passioni – non solo letterarie: musica, arte, politica, calcio) e questa sua vita così splendidamente piena ben pochi saranno in grado di eguagliare».
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