Ungaretti l'«affricano» e gli amici poeti sotto la Tour Eiffel
mercoledì 12 aprile 2017
Dalla cattedra di Letteratura italiana alla Sorbona, François Livi (1943) ha fatto moltissimo per valorizzare in Francia i poeti e gli scrittori italiani, fino alla monumentale rassegna storico critica intitolata Italica. L'Italie littéraire de Dante à Eugenio Corti (2012). Adesso riunisce otto ampi saggi sulla poesia di Giuseppe Ungaretti, sotto il titolo Un "Affricano a Parigi" (Editrice Leonardo Da Vinci, pp. 242, euro 20).
Due, fra i molti, sono i temi che mi hanno particolarmente colpito: il primo riguarda il rapporto di Ungaretti con il giovane arabo Moammed Sceab, che il poeta, suo compagno di scuola, raggiunse dalla natia Alessandria d'Egitto a Parigi, nel 1912. Ungaretti aveva 24 anni, Sceab 25.
Moammed non riuscì a integrarsi nella temperie culturale e civile parigina, e si suicidò il 9 settembre 1913, lasciando sul comodino una citazione di Oscar Wilde: «Il n'y a qu'un péché au monde: la bêtise» («C'è un solo peccato al mondo: la stupidità»). Per Ungaretti fu un'esperienza che l'accompagnò per tutta la vita, e volle che, a partire da Il Porto Sepolto, la poesia «In memoria» (di Moammed) aprisse tutte le sue raccolte.
C'è una forte componente di immedesimazione autobiografica nella breve prosa ungarettiana inserita nell'Allegria (1919) intitolata «L'Affricano a Parigi» (proprio così, con due effe: e Livi la sceglie come titolo della sua raccolta): Ungaretti parla, senza nominarlo, di Moammed, ma anche di sé: «Chi dall'esultanza di mari inabissati in cieli scenda a questa città, trova una terra opaca e una fuligine feroce. Lo spazio è finito». Sì, Sceab e Ungaretti hanno vissuto lo stesso spaesamento, ma mentre l'amico «non sapeva sciogliere il canto del suo abbandono», Ungaretti trovò nella poesia il suo riscatto, restando debitore verso Moammed per il tema del deserto e per la ricerca di una patria, costanti nella poesia ungarettiana.
«In memoria» fu scritta da Ungaretti nel 1916, mentre era al fronte, a stretto contatto con la morte. La poesia fu tradotta in francese da Apollinaire, anch'egli volontario al fronte dove nel 1916 subì la ferita alla testa che, con le complicazioni della febbre spagnola, lo condusse alla morte il 9 novembre 1918. Sceab, Ungaretti, Apollinaire: strani contatti, strani paralleli fra giovani amici, solo due dei quali entreranno nella letteratura.
L'altro saggio di particolare interesse mi è parso quello dedicato ai rapporti tra Ungaretti e il grande Pierre Jean Jouve (1887-1976). Ungaretti è un poeta bilingue perché padroneggiava splendidamente il francese, fu assiduo collaboratore della Nrf (la celebre Nouvelle Revue Française) diretta da Jean Paulhan, che fece da tramite tra i due poeti.
Jouve si interesserà soprattutto della sezione ungarettiana «La morte meditata» (1931-32), capolavoro assoluto. La gestazione fu laboriosa: in un primo tempo Ungaretti considerò «perfette» le traduzioni di Jouve, ma successivamente suggerì delle variazioni. In ogni caso, esse figurano in Vie d'un homme. Poésie 1914-1970, il volume che racchiuse nel 1973 la traduzione francese di tutta l'opera di Ungaretti.
C'è una concordanza discorde nelle biografie dei due poeti negli anni della loro frequentazione. Ungaretti, com'è noto, era ritornato alla fede cattolica nel 1928, mentre Jouve, nello stesso anno, pubblicando frammenti Du Paradis Perdu, denota una singolare affinità con gli Inni ungarettiani, anche se – osserva Livi – per Jouve l'incontro con la psicanalisi attraverso la sua seconda moglie Blanche Reverchon stabilirà «la congiunzione dell'erotismo con una spiritualità sempre più autonoma rispetto alla fede cristiana».
Ungaretti, nonostante promesse e tentativi, non tradusse mai Jouve, tuttavia nel 1957 stese una mirabolante prefazione all'antologia poetica Magistero di Pierre Jean Jouve, curata da Nelo Risi. Jouve, secondo Ungaretti, è testimone «dell'oscuro che non è mai di vocaboli, ma dell'essere e del vivere. I vocaboli ci paiono oscuri – ma realmente ci illuminano – solo quando nel segreto dell'essere e del vivere s'affondano, riflettendolo poi miticamente se giungono a esprimere ciò che diciamo poesia».
E ancora: «È un'opera sorta come sotto il segno di Niobe. Non c'erano per Niobe che il figliare e catastrofi, sino dal principio, ma, mescolato alla vicenda anche quando per il troppo durare l'anima pareva essersi fatta di roccia, mai non era assente "il mattino che ode l'allodola cantare, Iddio non avendo voluto fosse senza aurora"».
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