venerdì 18 luglio 2014
Campagne e campagne. Sotto lo stesso nome si celano due diversi significati: mistero della lingua italiana. La campagna di luglio nel mio immaginario (ma anche nella realtà) è quella dei campi di grano della provincia di Alessandria, che traboccano pronti per la raccolta. Siamo nella seconda provincia italiana, dopo Bologna, per produzione, ma la realtà è che importiamo più grano di quello che produciamo per cui il prezzo è destinato a deprimersi anno dopo anno. È lo stesso problema del riso, che arriva a dosi massicce dall'Asia e dalla Cambogia in particolare, deprimendo la produzione locale che offre maggiori garanzie di salubrità (e anche di qualità). Ma anche le pesche e le nettarine sembrano sotto scacco, o meglio sottocosto. E questa è la situazione della campagna italiana, che sta cercando faticosamente di uscire dal concetto di commodities, per approdare alla distinzione. E la ristorazione è un alleato importante, visto che veicola questa distinzione qualitativa e territoriale.Sotto la voce "campagna" c'è poi un'altra storia, che riguarda alcune strane coincidenze, che fanno pensare, appunto, a una regia. Da un mese a questa parte si legge ad esempio, da più parti, dell'inevitabile accettazione degli Ogm, come se fosse un dato acquisito, e tranquillizzante. Salvo poi scoprire che non è proprio così. Ma la voce fuori dal coro – in questo caso di Manuela Giovannetti, ordinario dell'Università di Pisa, che ha spiegato come gli Ogm, in natura, possano anche produrre "superinfestanti" (per combattere i quali poi ci sarà sempre un buon prodotto di qualche multinazionale) – è arrivata ben dopo la serie di articoli senza contraddittorio che hanno occupato le pagine dei giornali. E il dubbio che qualcosa non torni cresce.Una recente ricerca ha poi messo i riflettori sui cibi biologici, dicendo che non salvano la vita. Cosa che, letta così in un titolo di giornale, fa pensare che siano perlomeno inutili. Tanto vale, allora: produrli e consumarli. E viene da chiedersi: ma i consumatori sono così tonti? Davvero inseguono un nome e nulla di più? Ora, non credo che siano tonti (e fra questi mi ci metto anch'io), piuttosto hanno scoperto due valori: un sapore spesso più corrispondente a ciò che si cercava e anche la partecipazione, come consumatori, a un progetto di pulizia, che poi va sotto il nome di sostenibilità ambientale. E non è poco, anche se non è la salvezza.La salvezza piuttosto è uno stile alimentare, che nella variazione degli ingredienti, magari seguendo l'ordine della stagionalità, ha un suo perché. Detto questo, l'invito è di non fare l'errore del lettore da spiaggia. Quello che si ferma alla suggestione di un titolo, senza attuare il suo senso critico, che nasce da una prova, ossia da un'esperienza. Ma non quella che ci raccontano altri: la nostra. Che vale molto di più del titolo di un giornale.
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI