Un "modello italiano" di integrazione
sabato 16 luglio 2016
Dopo ogni attentato di matrice islamica, ci chiediamo se la nostra intelligence è in grado di prevenire attacchi e le nostre forze dell'ordine di contrastarli. Tutto necessario. Ma la lunga guerra contro il terrorismo impone oggi alla nostra classe politica uno sguardo più lungo. Perché sono evidenti gli errori compiuti dai Paesi europei a più alta densità migratoria, così come la necessità per l'Italia di scegliere (finalmente) un modello d'integrazione da perseguire. Sapendo che le soluzioni di breve termine in tema di sicurezza non potranno mai sostituire le scelte di medio periodo in termini di convivenza sociale.Il "modello italiano" di integrazione è ancora in via di costruzione, a differenza di quanto accade in Francia, Germania e Gran Bretagna. In dottrina è considerato un colpevole ritardo, ma può diventare una fortuna nella realtà. Siamo ancora in tempo per scegliere un nostro modello d'integrazione, diverso ad esempio da quello funzionalista della Germania che punta solo sull'inserimento dei migranti nel mercato del lavoro, negando loro però il diritto di partecipare alla vita politica e di acquisire la cittadinanza. Non possiamo considerare una "buona pratica" evidentemente, neanche il modello francese di tipo assimilazionista, fondato sull'idea di uno Stato iperlaico che garantisca l'uguaglianza formale di tutti i cittadini, senza riconoscere lo specifico delle realtà etniche e religiose. In sostanza, chi arriva in Francia deve conformarsi completamente alla cultura e alla società francese: un modello teoricamente perfetto, che diventa fallimentare nel momento in cui i giovani immigrati di seconda e terza generazione sono discriminati, con poche chance di trovare un lavoro e un'abitazione decente. Esiste, dunque, la possibilità di costruire una via italiana all'integrazione? Credo di sì. Nei fatti si è già realizzato nel nostro Paese un modello interculturale, fondato su un'accoglienza spontanea e rispettosa dell'identità di chi arriva. Possiamo migliorarlo: l'intesa raggiunta nei giorni scorsi dal ministro Alfano con le comunità islamiche per "regolamentare" le attività degli imam è un'innovazione positiva. Guardando oltre, è necessario agire su un doppio binario: incentivare la buona integrazione – rafforzando il riconoscimento dei diritti civili e politici per chi vuole integrarsi – e rafforzare la repressione, rendendo più intensi i poteri d'azione preventiva delle forze dell'ordine e combattendo il "vagabondaggio" degli immigrati per le strade delle nostre città. Senza mai dimenticare che, in tutta Europa, siamo solo all'inizio di una nuova era di convivenza etnica e sociale.@FFDelzio
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: