Trinci e il poema dell'amicizia di Pinocchio per Lucignolo
mercoledì 27 ottobre 2021
Dapprima mi aveva infastidito la copertina del nuovo libro di Giacomo Trinci Transiti (Luca Sossella Editore, pagine 128, euro 12): perché la foto di un Lucignolo con le orecchie d'asino, interpretato da Aniello Arena nella pièce teatrale Pinocchio. Lo Spettacolo della Ragione (2007), di Armando Punzo? È vero che Trinci ha curato, anni addietro, una trasposizione in versi di Pinocchio, con successo di palcoscenico, e certamente Aniello Arena è un bravo attore, ma che cosa c'entra Lucignolo con la poetica serrata e austera di Giacomo Trinci? Forse la copertina è stata una scelta autoironica che resta, però, estranea alle corde del Trinci che conosciamo da decenni. Si capisce di più dalla "Lettera all'ignota gioventù" che fa da prefazione. Qui il poeta dedica la nuova raccolta a una generazione futura, prendendo un giovane come interlocutore: «Come se avessi l'obbligo di spiegare a te, che non conosco ma che sento, quello che si va facendo in me senza che sappia come, in obbedienza a una lingua che scalda il mio disordine in vista di un nuovo ordine: salda il gelo del nostro globale sonno della ragione». Ecco: «In questi ultimi decenni abbiamo assistito, basiti, all'ammutolire delle generazioni, alla sottrazione di parola che è un attentato alla capacità di pensare. Il virus che da oltre un anno ci tiene col fiato sospeso, non a caso, colpisce per primo le vie respiratorie: la potenza simbolica di questo fatto non può restare inespressa». Dunque, «conservare il fiato dell'anima, la lingua, diventa il gesto urgentemente politico di questo momento; altrimenti, non c'è più pensiero di sorta». Trinci vuole trasmettere all'ignoto interlocutore venturo «un'idea della lingua, un modo di affrontare l'impossibile che ne scalda la materia ronzante». Ma intanto, fin da ora, parla a ciascuno di noi. Giacomo Trinci è il poeta del continuum: intenzionalmente le sue poesie hanno per titolo dei puntini di sospensione, un segno di parentesi che non si chiude. Perché, di libro in libro, da Cella del 1994 fino a Inter nos del 2013, attraverso Telemachia (1999), Resto di me (2001), Autobiografia di un burattino (2004), Senz'altro pensiero (2006), La cadenza e il canto (2007), è un unico poema che si srotola di pagina in pagina, di tempo in tempo. Con predilezione per le forme chiuse della tradizione che Trinci domina con stupefacente maestria di versificazione: endecasillabi serrati, assonanze, rime, sonetti disarticolati: «polvere vento, viso su, più in alto. / mi sentii preso, poi sparito tutto / dal mondo, dal mondano suo risalto. / più su, sopra ogni sopra, ed oltre, e tutto. / più viso e riso, niente più mi tocca: / se non la luce d'oro che trabocca» (Trinci non usa le maiuscole, neppure dopo il punÀto fermo). La musica della lingua viene al poeta attraverso le sue competenze direttamente musicali, anche di opera lirica. Leggiamo e rileggiamo, dunque, questi Transiti, lasciandoci guidare da un Lucignolo non verso un Paese dei balocchi collodiano dove dopo cinque mesi ci si ritrova asini, bensì rivivendo l'amicizia di Pinocchio verso quel suo compagno discolo e simpatico.
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