sabato 12 maggio 2018
È l'ora della maturità per i partiti che hanno vinto le elezioni del 4 marzo. Perché il combinato disposto tra legge elettorale di stampo proporzionale, urgenze del Paese, vincoli europei e presidio istituzionale del Capo dello Stato sta costringendo M5s e Lega ad un accordo politico del genere coactus tamen volui. Necessario ma non (troppo) desiderato, libero nei contenuti ma (fortemente) vincolato nei margini d'azione: un brusco e rapidissimo passaggio dalle promesse alle proposte. Il metodo appare quello ideale: prima i programmi, poi i nomi. Esso cerca di rimettere al centro della politica i bisogni dei cittadini, o meglio l'interpretazione che ne danno pentastellati e leghisti, cercando di riconquistarli parlando del “cosa” prima del “chi”.
Sul merito, invece, il giudizio dev'essere sospeso in attesa di conoscere i contenuti del “contratto”. Ma riflettendo su quanto trapela dai tavoli di lavoro, la prima considerazione riguarda l'agenda delle priorità: poiché il costo stimato delle istanze principali dei due partiti supera abbondantemente i 100 miliardi di euro, il compromesso dovrà essere fondato non sull'addizione, ma sulla sottrazione (rispetto alle promesse fatte in campagna elettorale). Non sarà facile per due forze politiche “populiste”. Mi permetto, dunque, di suggerire tre criteri da utilizzare per rendere il «contratto di governo» utile all'Italia e sostenibile rispetto alle nostre finanze pubbliche.
Il primo criterio è l'effetto moltiplicatore. La mediazione dovrà puntare su misure che abbiano la maggiore capacità di attivare nuove energie private: se investo un euro pubblico in un provvedimento, devo esser certo che ciò ne metterà a disposizione del Paese almeno due. La “flat tax” può avere questa caratteristica solo se ben calibrata, cioè costruita in modo tale da salvare il principio di progressività dell'imposizione fiscale (art.53 della Costituzione); il cosiddetto “reddito di cittadinanza” solo se orientato non alla mera assistenza, ma al lavoro. Il secondo criterio è l'effetto futuro: abbiamo bisogno di provvedimenti che agiscano a lungo termine sulle nostre debolezze fondamentali. In questa logica tutti gli investimenti per le famiglie, in particolare per promuovere la natalità e realizzare i servizi a supporto, hanno un grande valore perché rafforzano una base demografica che oggi rappresenta la zavorra di tutti i principali indicatori italiani, dalla crescita del Pil alla sostenibilità di previdenza e welfare. Il terzo criterio è l'effetto comportamentale. È necessario adottare misure che incentivino gli italiani a migliorare i loro comportamenti, per indurli a costruire una migliore qualità della vita individuale e della convivenza civile: possono rientrare in questa categoria provvedimenti molto diversi tra di loro, a partire da una seria lotta all'evasione.
Si tratta di tre criteri semplici e complessi al tempo stesso, perché capaci di costruire una nuova classe dirigente. Non solo innovativa e capace di comunicare con gli elettori, ma già “matura”. A breve il verdetto.
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