martedì 6 ottobre 2015
Con una sintesi degna del miglior tweet del mese Maurizio Sarri ha commentato il clamoroso poker di San Siro: «Dalla B allo scudetto». Sarri - che i tweet li lascia a De Laurentiis e a Palazzo Chigi - è quel che vedete, un uomo semplice fin dall'abito, essenziale anche nelle parole perché - precisa - «io sono uomo di campo». L'uomo di campo sta in tuta ed esprime concetti cari soltanto agli appassionati di calcio: parla di lavoro, lavoro, lavoro e ben se ne accorse quest'estate il suo presidente quando affermò stupito e felice «uno così impegnato sul campo mi ricorda Mazzarri», un altro che quando parlava disturbava i manovratori perché banale, inelegante. Mentre Mancini, vippissimo e capace di riprendere i cronisti per i loro quesiti sciocchi, sul piano pratico ha reso poco di più e in compenso ha fatto spendere una montagna di milioni. Anche Mihajlovic ha contestato le domande di qualche gagliarda presentatrice collegata con twitter e facebook ma sul piano pratico sta gestendo il Milan peggio del massacrato Pippo. Già Mihajlovic. Sarri è un signore sennò domenica sera avrebbe potuto comunicare alla critica e al popolo quel che si diceva di lui a Napoli appena arrivato: «È solo la sesta riserva di Mihajlovic». I bene informati riferivano l'elenco dei contattati da De Laurentiis dopo che il serbo aveva preferito il Milan (ma lui, Maurizio, lo voleva fortissimamente Galliani): Emery del Siviglia, Montella, Spalletti, Klopp, Lippi e perché no Capello. Tutti avrebbero opposto un gran rifiuto ed eccolo dunque a Napoli il modesto allenatore operaio dell'Empoli (nato per caso a Napoli). In poche settimane il “povero” Sarri aveva collezionato una sconfitta col Sassuolo, un pari con la Samp, un pari a Empoli. Ed ecco il 5-0 rifilato alla Lazio commentato così: «I laziali erano stanchi dopo un lungo viaggio da Dniepr», tant'è vero che nella giornata successiva il Napoli non era riuscito a superare il Carpi, 0-0, vergogna, roba da B. Poi è arrivata la Juve, è stata sconfitta con una prestazione bellissima e, piedi a terra, mente in opera, ci si è accorti che Sarri aveva innanzitutto costruito una difesa inesistente ai tempi di Benitez, poi s'era visto un centrocampo potente e manovriero con Hamsik mezzala, il già deprecato Jorginho regista, l'ultimo arrivato Allan degno della fama udinese; per non dire dell'attacco, diventato inarrestabile e strapotente con la rinascita di Higuaín , il recupero di Callejon, la ripresa sicura di Mertens e l'esplosione di Insigne. Già Insigne. Per fortuna Sarri non era al San Paolo, un anno fa, quando buona parte del tifo pretendeva la cacciata del piccolo fenomeno che oggi i giornali locali salutano come un piccolo Maradona. Niente di nuovo sotto il sole, direte: il tifo è così, vagante fra la condanna e l'apoteosi; così anche la critica, talvolta. Così il calcio, sempre. Basta non farci caso e lavorare, lavorare, lavorare. Come Sarri. L'ultima volta che ho dedicato un titolo a un tecnico amico che era riuscito in una impresa quasi impossibile, vincere uno scudetto con la Roma, ho scritto: «Fabio Capello cavaliere del Lavoro». In bocca al lupo, sor Maurizio.
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