sabato 1 luglio 2017

L’aveva scritta per il padre, il Dottore. Perché il padre di Enzo Jannacci la galera l’aveva conosciuta, per aver fatto la Resistenza. In via Rovello a Milano, proprio dove sarebbe nato il Piccolo Teatro, Giuseppe Jannacci fu pure torturato: e anche se non gli comminarono la pena di morte, Jannacci junior pensava a lui quando scrisse, era il ’66, Sei minuti all’alba. Storia di un condannato a morte della sollevazione partigiana.

Tutta una vita per svegliare le coscienze con le canzonette, quella di Enzo: innervandole dei valori ereditati da papà Giuseppe. Compresa la convinzione che neppure la morte, può davvero uccidere chi fino in fondo, a testa alta, è coerente con gli ideali più alti dell’umanità. Certo, mancano sei minuti all’alba. E guarda com’è già chiaro… Ma io ho combattuto per i miei valori! L’8 settembre mi hanno chiamato disertore, eppure ero a lottare per l’Italia quando mi hanno preso. Solo l’altro ieri, già. E ora mancano sei minuti all’alba. Tocca farsi forza, dai. A che serve vivere, se non impari a essere uomo? Chiamano, è l’ora: su, andiamo, ci vuole un bel finale. In questa vita, ma a volte anche in questa morte, c’è una faccenda fondamentale, canta Jannacci, che dobbiamo ricordarci. «Allunga il passo. Perché… Come perché? Perché ci vuole dignità!».

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