sabato 7 marzo 2020
Darsi la mano è sempre stato il primo atto di fiducia, di confidenza, d’onore nel tempo passato. È ciò che ha distinto l’umanità dagli altri esseri viventi, che ha dato fiducia e lealtà alla parola, che fino al secolo scorso ancora sostituiva nei mercati dei paesi la firma su di una carta. Oggi ci viene chiesto di non farlo per non ricevere o non trasmettere questo nuovo virus invisibile che può trascinare fino alla perdita della vita. E forse la prima volta, dalla nascita del nostro mondo, che un virus inaspettato e sconosciuto con velocità sorprendente cerca di conquistare l’umanità senza trovare ancora chi lo sappia fermare. Aerei, treni navi, macchine e qualunque altro mezzo l’umanità abbia costruito sono diventati un mezzo veloce più del vento per trasportarlo da una parte all’altra nel silenzio più assoluto. Il coronavirus è un nemico che viene sconfitto lentamente, con fatica e impegno, ma per ora ha possibilità di correre ancora molte strade nel mondo e di impegnarsi a togliere la vita ai più deboli, ai più anziani. La difesa che abbiamo è la paura che ci impone di seguire le regole più semplici che fino ad ora abbiamo scoperto, ma che danno alle nostre strade l’impressione di abbandono. E una domanda dovremmo farci: come sarà il mondo quando si uscirà tutti da una simile avventura? Continueremo con le nostre guerre d’armi o di soprusi e di prepotenza dimenticando che un piccolo virus ci ha costretto a cambiare le nostre abitudini, a distinguere tra il piacere e la necessità, tra il bisogno e l’utile, tra il coraggio e la paura. E alla fine come ricompensare i medici, gli infermieri, chi si è esposto per essere utile ai sofferenti? Quale pace sapremo costruire tra i paesi oggi colpiti e quelli che lo saranno domani? Quale esempio di solidarietà sapremo diffondere, noi che siamo tra i primi paesi usati da questo nemico comune? Cosa avremo imparato da qualcosa che anticamente abbiamo attribuito all’ira degli dei? Allora avremmo offerto sacrifici e perché oggi non lo facciamo cercando qualche minuto per una preghiera invece di lamentarci perché i cinema sono chiusi, i ristoranti non hanno clienti, le scuole chiudono i battenti, gli amici non si danno più la mano. Il mondo lavora per scoprire quale può essere il nome e l’esistenza di questo virus che sta fermando il progresso, l’attività economica, e lentamente forse il cammino del mondo di oggi. Qualcosa va cambiato? Qualche ragione più forte dell’interesse deve forse aprire una strada nuova e più vicina al bene comune, alla giustizia sociale. Essere uguali di fronte al dolore, alla pena, alla paura forse ci fa guardare con una nuova fraternità chi ha meno, chi non ha nessuno che lo attenda a casa dopo la guarigione. Forse l’egoismo avrà perduto un po’ della sua forza facendosi scoprire solitario ed inutile di fronte ad un male che finora ha la libertà di toccare a tutti, ricchi e poveri, senza fare distinzione alcuna.
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: