Se l'«io» è dimezzato, l'insoddisfazione cova dietro l'angolo
mercoledì 2 marzo 2016
Da alcuni decenni non leggevo un libro energetico come L'io insoddisfatto. Tra Prometeo e Dio di Adriano Pessina (Vita e Pensiero, pp. 240, euro 18). L'autore, ordinario di Filosofia morale nell'Università Cattolica di Milano e direttore del Centro di Ateneo di Bioetica, applica la riflessione filosofica alle sfide della bio-tecnologia, per indagare i motivi (le cause) dell'insoddisfazione, palpabile a ogni livello, dell'uomo contemporaneo. Meglio: dell'«io» contemporaneo, essendo messa a tema proprio la questione della soggettività.«L'insoddisfazione – scrive Pessina – non è come la depressione, ossia un malessere interiore che ci rende incapaci di agire, ma, al contrario è ciò che ci spinge ad aumentare l'azione e a moltiplicare le esperienze: è la convinzione che manchi ancora qualcosa da fare, che non si sia "fatto abbastanza"». Viviamo, infatti, in una «società della prestazione», come sostiene il filosofo coreano Byung-Chul Han, e le nostre performances ci fanno sempre sentire inadeguati rispetto alle possibilità che la scienza e la tecnica continuamente ci offrono. Da qui l'insoddisfazione.Due sono i modi di essere «io», e Pessina li chiama «io dell'immanenza» e «io della trascendenza». Il primo è autoreferenziale, esalta l'autonomia e le libertà individuali come condizione di un'autorealizzazione in cui anche il superamento di sé diviene una forma di egoismo. L'«io della trascendenza», invece, esce dall'autoreferenzialità attraverso l'incontro con l'altro, soprattutto se questi è l'Altro per antonomasia, il Dio della fede cristiana, Creatore e Salvatore dell'uomo grazie all'Incarnazione.Il confronto tra i due modi di essere «io» (immanente o trascendente) innerva i dieci capitoli del libro, relativamente autonomi pur senza intaccare l'unitarietà della trattazione. Qui posso solo frammentare alcuni spunti, come invito alla lettura. La riflessione sull'insoddisfazione conduce a interrogarci sulla felicità, dato che solitamente si afferma che il fine della vita è l'essere felici. La Dichiarazione d'indipendenza americana del 4 luglio 1776 addirittura sancisce il diritto alla felicità. Ma di quale felicità si tratta?«L'ideologia della felicità – scrive Pessina – vorrebbe ridurre la differenza fra l'io dell'immanenza e quello della trascendenza a una semplice questione soggettiva, non comprendendo peraltro che proprio l'io della trascendenza coglie come mistificante ogni appello alla felicità che non faccia i conti con la contraddizione della morte, del dolore, dell'ingiustizia: aspetti dell'esperienza che rendono impossibile pensare che sia la storia il luogo deputato a ottenere i risultati delle promesse biotecnologiche».Come di passaggio, Pessina lascia cadere pertinentissime osservazioni. Per esempio il recupero della mitologia greca, non solo da parte di Freud, per interpretare l'uomo attraverso la scienza, non significa anzitutto «compiere un'operazione culturale di netta esclusione della tradizione giudaico-cristiana come fonte per la comprensione dell'umano?». Immanenza e/o trascendenza sono gli itinerari secondo cui l'uomo occidentale ha cercato di conoscere sé stesso e il mondo e, più presto che tardi, è inevitabile imbattersi nel problema della verità.Pessina nota giustamente che chi nega l'esistenza di una verità oggettiva, indipendente da una decisione, apre le porte all'intolleranza assolutizzando la propria opinione. L'io dell'immanenza finirà per asserire che la sola verità "oggettiva" è la verità scientifica, razionalmente dimostrabile, senza avvedersi che questa non è un'asserzione "scientifica". La scienza non può fare a meno della filosofia, e la filosofia non può che essere aperta alla teologia. Ci sono verità che non si "dimostrano", bensì si "mostrano": l'evidenza è la forma più certa di conoscenza e il dramma contemporaneo, come documenta il dibattito sulla teoria del gender, è appunto la negazione dell'evidenza.
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