Scongiurare la Yalta-bis con una nuova Helsinki
martedì 8 marzo 2022
Dalla Conferenza di Yalta, febbraio 1945, alla Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione di Helsinki, luglio 1973. Dalla "cortina di ferro" al dialogo. Dalla guerra fredda alla distensione. C'erano voluti trent'anni, fitti di tensioni e dominati dall'incubo nucleare, ma alla fine un'epoca nuova sembrava poter vedere la luce. L'Europa dei "due polmoni", l'Europa dell'Oriente e dell'Occidente con a fianco gli Stati Uniti, si era seduta allo stesso tavolo. Una faticosa trattativa, con un ruolo tutt'altro che marginale svolto dalla Santa Sede, conclusa il 1° agosto 1975 con la firma di un documento storico, l'"Atto finale" che ha preso nome dalla stessa capitale finlandese. Quest'ultimo, a sua volta, fu il testo base per rendere permanente la Conferenza e far nascere nel 1994 l'omonima Organizzazione (l'Osce).
Tutto finito? Tutto spazzato via dai missili e dai carri armati russi? Tutto oscurato dalle inedite minacce atomiche ventilate da Mosca? Due settimane dopo l'invasione dell'Ucraina, Est e Ovest appaiono più lontane che mai. Anche la ritrovata compattezza dell'Unione europea si direbbe più figlia di una costrizione esterna che di un convincimento maturo e convinto. Secondo molti osservatori, a meno di sviluppi ancora più tragici e dunque nella migliore delle ipotesi, siamo alla vigilia di una nuova Yalta. Un nuovo muro di separazione, non più ideologico ma non meno rigido e impenetrabile, fra le due parti del Vecchio Continente.
Questo fu Yalta: un gigantesco colpo di scure su Europa e altre aree del pianeta, in grado di evitare nuovi conflitti universali ma a prezzo di una permanente, aspra "confrontation". Con eventi bellici circoscritti ma continui, là dove la carta geografica della terra non era stata disegnata nei dettagli dal trio Churchill-Roosevelt-Stalin. E furono Corea, Vietnam e un buon numero di sfide palesi o sotterranee fra i due blocchi, a supporto di leader, dittatori e rivoltosi di opposto orientamento politico, per estendere la propria sfera d'influenza o contenere quella altrui.
Non che dopo Helsinki siano state rose e fiori. Basti pensare all'invasione sovietica dell'Afghanistan nel 1979 o alla gravissima crisi libica del 1984. Ma per l'Europa da allora sembrò possibile tirare il fiato, come di fatto è avvenuto fino alla "primavera" del 1989. Una breve stagione, presto compromessa da mancanza di fiducia, qualche atteggiamento maramaldo e gesti contrapposti di sfida. Più un terribile lungo conflitto nei Balcani. Oggi ne paghiamo le conseguenze, l'Ucraina di gran lunga per prima, ma in prospettiva l'Europa tutta, Russia compresa. Ecco perché si dovrebbe pensare subito, malgrado ancora piovano i razzi e tuonino
i cannoni, a una seconda futura Helsinki. L'Unione europea, giustamente accorsa a sostegno degli aggrediti, deve avere questa lungimiranza già oggi, mentre si preoccupa di soccorrere milioni di profughi e spedire aiuti umani e armi agli ucraini. Le sue più autorevoli guide, nazionali e comunitarie, non devono temere di passare per ingenui visionari, anime belle e imbelli, ma avere il coraggio, davvero "storico", di immaginare fin d'ora una nuova pagina di dialogo, nel comune interesse dei rispettivi popoli. Ci si prepari a praticare, appena possibile, "l'infaticabile ricorso al negoziato, ai buoni uffici e all'arbitrato": parole di Papa Francesco all'Onu, 25 settembre 2015, riprese nell'enciclica "Fratelli tutti". Basta evocare con rimpianto lo "spirito di Helsinki". Gli si ridia carne.
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