venerdì 6 ottobre 2017
Dell'Università, quantomeno della nostra, non si parla mai abbastanza male. Un recente saggio di Federico Bertoni uscito da Laterza, editore che di università campa, affronta la questione con insolita energia, ma è ancora troppo interno. Soprattutto, un recente intervento della magistratura ha rivelato ai pochissimi che già non lo sapevano come si assegnano le cattedre, come funzionano i concorsi, il sistema delle baronie... "Carta conosciuta", si dice a Napoli: perché nessun italiano che con l'università ha avuto a che fare può ignorare queste consuetudini, così come al tempo di Mani Pulite nessuno poteva dire di ignorare il sistema delle mazzette ai politici. Sono così ingenui i giudici italiani? E loro, come hanno avuto il posto, come vengono scelti, come fanno carriera? Insomma, dove comincia e dove finiscono le complicità (e la corruzione) in un Paese che, senza, non andrebbe avanti? E quanti, nella nostra classe dirigente, possono serenamente scagliare la prima pietra? Non lo dico ovviamente per giustificare la corruzione, ma solo per ricordare che ci circonda e ci perseguita in troppi modi, e che gli onesti, in questo contesto, sono destinati a figurare come sciocchi. Ma tornando all'università (che io, per fortuna o disgrazia, non ho potuto fare, e che vedo dunque del tutto dall'esterno) il problema va oltre il caso denunciato di recente e sui tanti finti ingenui che hanno detto la loro, e l'impressione che ricava chi ne sta fuori è che si tratti di un sistema chiuso e prevalentemente parassitario, dove la cultura è intesa come qualcosa di morto prima ancora di nascere, e dove degli zombi si parlano e si amano o odiano tra di loro rendendo, nel loro lavoro, morti anche i più vivi dei morti di ieri, e dove gli studenti sono destinati a diventare, se nell'università vogliono rimanere per guadagnarsi da vivere, dei cloni, o anche loro degli zombi. Ci sono delle eccezioni (ce ne sono in ogni campo o quasi, ed è probabilmente questo a tenere ancora in piedi il Paese!), ma l'intero sistema non preme per un rapporto sano della cultura con la società, non favorisce un intervento attivo e positivo dentro una società bensì il suo contrario: la produzione in massa di "cretini intelligenti", come li chiamava Sciascia, e non di cittadini che sanno leggere la realtà, la storia come il presente, il nascosto come il visibile, il vero come il falso, che insomma hanno criteri e mezzi per giudicarla, che sono in grado di non accettarla per come essa è, ma che ambiscono a trasformarla, a migliorarla. I vecchi pedagogisti (e la pedagogia, con la sociologia, per come vengono concepite e trasmesse, non danno da tempo, in Italia, contributi utili alla collettività...) dicevano che per formare generazioni sanamente attive si dovesse partire dai due capi dell'educazione, la scuola elementare e l'università. Oggi se la passano male tutt'e due queste scienze, ma la prima ha ancora una funzione da svolgere e il singolo insegnante ha qualche possibilità di usarne più o meno bene, mentre la seconda pare a me, che ne sto fuori ma che ne vedo i prodotti, una baracca sconnessa, del tutto impari ai suoi compiti e che andrebbe riformata di sana pianta. Ma di questo dovrebbero occuparsi per primi proprio gli utenti, gli studenti.

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