Quello che resta dell'agosto di carta: parole e pensieri da non trascurare
sabato 4 settembre 2021
Riemergono dal cuore agostano dell'estate persone e parole che non vanno trascurate. Come, restando sul cupo scenario afghano, lo scrittore Atiq Rahimi, rifugiato a Parigi dal 1984, intervistato da Stefano Montefiori (“Corriere”, 29/8): «L'esule è considerato un traditore dai talebani tiranni, dai dittatori islamisti ma pure da non pochi occidentali, pronti a criticarlo perché non è rimasto in patria a difendere il suo Paese». Quanto alla guerra recente, «non è mai stata tra Occidente e Oriente, ma tra Lumi e Oscurantismo, tra democrazie e dittature. Basti vedere le potenze che oggi sono pronte a riconoscere i talebani e a lavorare con loro, dalla Cina all'Iran». Montefiori gli chiede perché sia impegnato in particolare a salvare artisti e giornalisti: «Perché la prima cosa che cercano di fare i talebani è cancellare l'identità nazionale distruggendo le opere d'arte, proibendo la musica, azzerando la cultura come fecero abbattendo i Buddha di Bamiyan nel 2011 (in realtà era il 2001, ndr). Certo non voglio salvare l'élite. Semplicemente, gli artisti sono la nostra coscienza, la nostra memoria, i testimoni di questo orrore».
Riemerge pure un protagonista mancato della grande scena politica come Umberto Ambrosoli (sconfitto da Maroni nel 2013), intervistato da Giorgio Terruzzi (“Corriere”, 21/8). Oggi presiede la Fondazione Banca Popolare di Milano e invita a uno sguardo “altro” sul potere del denaro. Domanda: «Etica e denaro comportano inevitabilmente qualche contraddizione?». Risposta: «No. Anzi, direi che l'impegno del mondo finanziario negli investimenti sostenibili dimostra l'opposto: il denaro come strumento per indirizzare eticamente lo sviluppo. È un'opportunità importante, oggi più accessibile che in passato».
Infine, una dedica a quanti straparlano di “dittatura”. La Luiss ripubblica Divertirsi da morire di Neil Postman e sulla “Stampa” (2/8) Massimiliano Panarari ne riassume così il pensiero: «La nuova dittatura e il neototalitarismo non avrebbero assunto le sembianze repressive del Grande Fratello, ma quelle amicali della tecnologia, in grado di liberarci dalla “fatica del pensare” e di far calare sulla società una sottocultura volgare, frivola, lontana da qualsivoglia manifestazione di pensiero critico. Divertendoci fino a farci morire (nell'anima)».
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