Quelle radici censurate e uno sguardo fra sorelle
martedì 19 aprile 2022
Chi non ricorda il lungo, lacerante e alla fine inconcludente dibattito per far inserire nella Costituzione europea il riferimento alle sue "radici cristiane"? Esattamente vent'anni fa, tra metà marzo 2002 e il luglio 2003, una "Convenzione" creata dopo il vertice di Laeken (dicembre 2001) elaborò una bozza di trattato costituzionale dell'Unione. Nel suo "preambolo" molte voci, sia di credenti che di agnostici, chiedevano di citare l'ispirazione religiosa cristiana, o giudeo-cristiana. La si considerava infatti tra le fonti ideali e spirituali, alle quali gli europei del terzo millennio possono attingere, per sentirsi parte di un unico progetto di progresso e di pace.
Tutto inutile. Anche se alla fine la carta costituzionale venne affossata dal voto popolare in Francia e in Olanda, nel testo preparato prevalse la visione, più laicista che laica (e probabilmente condizionata da pressioni massoniche internazionali), di considerare solo "implicita" quella ispirazione. Qualcuno oggi, visto quanto sta accadendo fra l'Atlantico e gli Urali, potrebbe essere tentato di dire: meglio così. Dopo quasi due mesi di guerra senza pietà tra due Paesi cristiani, dopo la benedizione del Patriarca ortodosso di Mosca all'invasione voluta da Putin, dopo le dolorose critiche dei greco-cattolici ucraini alla decisione di far partecipare insieme, alla Via Crucis del Papa, una donna russa e una ucraina, dopo il "filtraggio" alle frontiere polacche dei profughi di colore diverso dal bianco, ci si potrebbe domandare: visti i frutti, che fine hanno fatto quelle radici?
Come se non bastasse, da ultimo è sopraggiunta l'incredibile decisione della Gran Bretagna, altra nazione figlia del Battesimo, di deportare in Ruanda chi cerca di attraversare clandestinamente la Manica per entrare nel suo territorio: una forma di "resettlement" previo, a cinquemila miglia dalla foce del Tamigi, per impedire a chi cerca uno straccio di futuro di coltivare sogni inglesi. La scelta del Paese africano, tra l'altro, la dice lunga sul permanere di una mentalità tardo coloniale, che considera alcune aree del pianeta luoghi dove esportare grane (o rifiuti umani), visto che non se ne possono più importare risorse naturali a basso costo.
Paradossalmente, pensando a quanto dovranno scrivere gli storici di domani, si potrebbe dunque concludere che una solenne proclamazione di nobili principi religiosi, così platealmente contraddetti dai comportamenti, è meglio sia rimasta non scritta. Ci sono infatti forme molteplici di ipocrisia. Oltre a quella dei singoli che si professano cristiani e lo smentiscono nelle azioni quotidiane, c'è una doppiezza collettiva. Per esempio, di partiti politici che ostentano simboli di fede e compiono scelte in aperto contrasto con i suoi contenuti. Fino ad arrivare a quella di popoli che, in nome di ideologie, di appartenenze razziali, di malinteso nazionalismo, fanno strame delle verità evangeliche e strage di vite umane.
Per fortuna, venerdì notte, è emerso in mondovisione che la fiammella smorta della fede in Cristo non è del tutto spenta, che la canna incrinata della fratellanza dei figli di Dio non è ancora spezzata. È emerso, per essere precisi, in quello sguardo silenzioso fra due sorelle, Irina e Albina, mentre reggevano insieme la croce durante la tredicesima stazione della Via Crucis al Colosseo. In quel momento si è capito: anche se non scritte, finché resteranno piantate in qualche cuore europeo, quelle radici non si seccheranno.
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