mercoledì 7 dicembre 2022
Quando lunedì sera lasciavo la sala della fiera di Padova per la ventesima edizione della “Cena di Santa Lucia”, almeno tre ragazzi, che facevano parte di un piccolo esercito di 300 che hanno servito 900 persone, mi hanno salutato con un sorriso sincero: non un saluto generico con frasi di circostanza, ma proprio guardandomi negli occhi come chi ha vissuto un’esperienza comune di cui, con soddisfazione, si è sentito parte. Questi ragazzi seguono il percorso formativo della Fondazione San Nicolò e per me rappresentano la sfumatura di una serata clamorosa che dice cosa significhi seminare. Il segretario generale di Avsi (Associazione Volontari per il Servizio Internazionale) Giampaolo Silvestri, poco prima, aveva raccontato della sua visita in Kenya, dove i volontari rischiano la vita anche per un solo bambino che vive in condizioni di estrema povertà e senza istruzione. E lì è come se si fosse creata una fune fra chi serve una cena e chi, molto lontano, in qualche modo beneficerà della raccolta di solidarietà, che in vent’anni ha destinato 2 milioni di euro a tanti progetti. Il tema della cena di quest’anno era la “Pace si può. Cominciamola noi”, per dire che c’è bisogno di un cambio di mentalità per cambiare le sorti, così come i giovani di tutto il mondo hanno obbligato i governi a discutere di sostenibilità ambientale. Anche la pace ha bisogno d’essere alimentata da questo pensiero, ma soprattutto da azioni come può essere una cena dove si prende atto delle emergenze in Tunisia, Libano, Perù, Burundi, Uganda e, ovviamente, Ucraina e Italia, per progetti di integrazione lavorativa di richiedenti asilo e adozioni internazionali. Graziano Debellini, che nel 2001 con alcuni amici si convinse che si poteva fare un gesto pubblico come una cena per raccogliere fondi, nel 2010 ha fondato l’Associazione Santa Lucia, di cui è presidente, che si dedica tutto l’anno a questo esempio di carità, un’iniziativa che coinvolge ogni anno l’intera città di Padova. «In vent’anni sono nate storie bellissime – ha detto – che raccontano di persone che vogliono dare un po’ della loro vita perché ci siano segni di speranza, senza nulla in cambio». E qui, proprio oggi che a Milano si consegnano gli Ambrogini d’Oro, di cui il più luminoso è quello dedicato a monsignor Luigi Giussani nei 100 anni dalla sua nascita, è commovente prendere atto come il pensiero e la fede di un uomo siano stati quel seme che ha dato frutti davvero inimmaginabili: dal Banco Alimentare all’Avsi, fino al sorriso di quei tre ragazzi che si sono sentiti una parte di qualcosa che aveva a che vedere con la concretezza della pace. Insieme allora si può. © riproduzione riservata
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