Quei banchi vuoti all'ultimo anno di liceo
sabato 26 gennaio 2019
Avevo undici anni e dovevo iscrivermi alla prima media. Mia madre andò a parlare con i presidi di alcune scuole pubbliche di Roma dicendo che mia sorella ed io avremmo volentieri frequentato le classi medie, ma che non avremmo preso la tessera di «piccole italiane» del Partito fascista. L'iscrizione ci fu rifiutata da tutte, obbligandoci allora a frequentare solo scuole private, tenute da istituzioni religiose. Per un anno fummo dalle madri dell'istituto di S. Josef de l'Apparision, e poi per tutto il ginnasio e liceo presso le madri di Nevèrs. Questo ci permise di studiare, ma anche sentirci diverse da altre ragazze ed infine avere poche amiche. Alcune di queste erano di origine straniera, figlie di diplomatici, altre di origine ebraica. Non c'era tra noi nessuna differenza, le stesse suore non chiedevano di frequentare l'ora di religione, né di avere la tessera del fascismo. Mentre le ragazze delle scuole pubbliche uscivano al sabato con la divisa del partito, noi portavamo la divisa della scuola: camicetta azzurra e gonna blu. L'istituto era sul lungotevere di fronte all'isola Tiberina e quindi vicino alla sinagoga, il centro della parte ebraica della città. Un posto interessante per una ragazza curiosa quale ero io che avevo il mio banco vicino alla finestra dell'ultima fila, causa la mia alta statura. L'isola era da tempo antico occupata da un grande ospedale per il quale io avevo inventato lunghe storie, come la piena del Tevere, cosa che a quel tempo avveniva spesso, che avrebbe obbligato gli ammalati ad uscire nelle sue acque con i letti a guida di barche. «De Gasperi! – gridava l'insegnante di latino – Cosa ho detto?». «Non lo so», rispondevo. «Brava, scrivi per domani cento volte “non lo so”!». La questione ebraica, come si diceva allora, non era ancora sul tavolo di Mussolini per cui mi fu facile un giorno cadere nella tentazione di andare a vedere come fosse quella strana e silenziosa chiesa vicina alla mia scuola dove le nostre suore dicevano che non era necessario andare. Quando entrai ebbi un'impressione di freddo, poche lampade accese moltiplicavano il senso di vuoto. Uscii in fretta come avessi compiuto un errore difficile da cancellare. Nostro padre, saputa la storia, incominciò a leggere per noi parte della Bibbia e a raccontare come quella storia facesse parte del nostro cammino religioso. Molti anni dopo, quando frequentavo l'ultimo anno di liceo vidi una mattina che le mie compagne ebree non c'erano più ai loro banchi. Le suore risposero alle nostre domande che erano partite. Tutte, per dove? Non ci furono date risposte. Forse le loro famiglie erano state avvertite a tempo ed erano fuggite? Forse erano state portate lontano in quei campi, chiamati “di lavoro”, di cui nessuno nei Paesi liberi aveva reale conoscenza. L'orrore venne conosciuto dopo la guerra quando nemmeno i superstiti avevano il coraggio di parlarne. Oggi è giusto ricordare per stare attenti a noi stessi e, alla violenza di cui siamo capaci.
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