Quei «magnifici quarantenni»...
venerdì 23 gennaio 2015
​In quale film Nanni Moretti parlava di sé come di un «magnifico quarantenne»? Si era certamente negli anni Novanta del secolo passato e il film doveva essere Caro diario, girato nel ’93 quando Moretti faceva appunto i quarant’anni. Non mi sembrò una grande battuta, e continuo a pensare che la generazione che ha fatto i 30 e 40 anni nei decenni degli ’80, dei ’90 e degli anni zero del nuovo secolo sia stata, in generale, una generazione  molto meno formidabile di quanto non pensasse di essere, Moretti compreso, ma che ancor meno formidabile sia stata quella che in quei trent’anni – che già mentre li vivevamo mi sembrarono di immensa viltà collettiva – è cresciuta, e che ha conosciuto, prima della crisi, solo quelli.Dopo la febbre dei Settanta, c’era una gran bonaccia e i conflitti sembravano scomparsi (ed era anche bella, quella pace...); si viveva un’epoca di insperata ricchezza, perché la new economy e la finanza funzionavano e il loro trionfo poteva sembrare a molti eterno, tanto da farli parlare di «fine della storia». Il nostro non è un Paese abituato alle autocritiche (per esempio i comunisti, diceva Flaiano, erano bravi solo a fare «l’autocritica degli altri»), e sarebbe ridicolo aspettarsi che tutti coloro – dai politici ai giornalisti agli artisti – che vissero quella stagione, di 10 anni più lunga del "ventennio" fascista, ce ne dessero degli esempi. Per sentirsi magnifici bastava davvero poco, credersi un filo più a sinistra dei berlusconiani, pur condividendone il benessere e tante ipocrisie.Chi farà la storia di quegli anni con obiettiva misura? Io no di certo, per come ne ho sofferto. E se so bene come giudicare i «magnifici quarantenni» di allora, come comportarmi di fronte a quelli venuti dopo? Una generazione bruciata, probabilmente, il cui risveglio è stato pesante ma non un vero risveglio, non una messa in discussione dei modi in cui si è cresciuti, della realtà che si è accettata e che sembrava a loro unica ed eterna.  Al tempo di un film come Gioventù bruciata, nell’Italia dei «poveri, ma belli» si parlò, per i giovani italiani, di «gioventù lessata», ma la battuta  mi sembra molto più indicata per i ventenni e trentenni del trentennio pacificato. Gli adulti di oggi, e ne tremo. Molto migliori mi sembrano – e tra loro trovo più facilmente collaboratori e amici – i giovani che hanno dovuto confrontarsi con la crisi e con l’asprezza del mondo negli anni della loro adolescenza o della loro prima maturità.
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