venerdì 29 gennaio 2010
«Mea culpa», anzi «nostra culpa!» Qui, l'altro ieri (p. 2) segnalando l'errore latino nel motto dei Vigili del Fuoco, ce n'è scappato un altro: «fiammas» per «flammas». Purtroppo è capitato, ed è giusto battere il petto. Del resto nella Messa lo si fa ogni volta. Di più: talora proprio nella Chiesa cattolica qualche «mea culpa» è stato grande e serio, per esempio quello su Galileo, prima implicito, nel 1965, con Paolo VI che volle citare il grande scienziato nella Gaudium et Spes (n. 36), poi esplicito e solenne nel 2000 sulla bocca di Giovanni Paolo II e ripetuto ancora nel ricordo dell'ingiusta condanna da Benedetto XVI e più volte da Pontificie Commissioni. Eppure a qualcuno non basta mai. L'altro ieri per esempio " "Repubblica", p. 30: «Galileo in ginocchio davanti al S. Uffizio» " Corrado Augias ci è tornato su, spinto dal lamento di un lettore, perché né il cardinale Bertone, né il direttore dei Musei vaticani, celebrando il centenario del telescopio galileiano avrebbero «fatto il benché minimo accenno alle difficoltà incontrate dallo scienziato» con l'Inquisizione. Insomma: a qualcuno il mea culpa altrui non basta mai, va ripetuto in ogni occasione. E infatti ci picchia sempre, a oltranza. Negli ultimi mesi Augias ci è tornato almeno dieci volte, e "L'Unità" altrettante. Insaziabili loro di mea culpa nostri: non mancano un colpo. E i mea culpa loro? Praticamente nessuno. E se c'è, sfumatissimo. A quando per esempio, in questi giorni della sacrosanta memoria della Shoah, un mea culpa, anche «una tantum», ricordando che all'origine di tutto ci fu anche il patto Stalin-Hitler del 1939, applaudito allora da tanti loro «correligionari»?
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