Quante città sotto la bolla del cibo. E se esplodesse?
mercoledì 17 aprile 2019
Silenzio. È la parola, anzi l'esigenza di queste giornate, che hanno negli occhi l'immagine di Notre Dame avvolta dal fuoco. Il risveglio al mattino ci ha dato le immagini del fuoco domato e in sottofondo le preghiere di chi era accorso davanti a un simbolo dell'Europa. Sarà un caso che tutto sia capitato all'inizio della Settimana Santa, mentre al centro del dibattito politico c'è l'Europa, ma davanti a Notre Dame ci siamo sentiti un po' tutti come di fronte a qualcosa che ci appartiene. E la distruzione porta a pensare subito alla rinascita, quasi un invito a stare in silenzio davanti al percorso della risurrezione. Parigi è Notre Dame, Milano è il Duomo, Barcellona è la Sagrada, mentre la rincorsa mediatica sembra a voler parlare sempre d'altro, quando si cita una città e il suo genius loci. C'è per esempio una bulimia di luoghi dove il cibo è al centro, in maniera forse esagerata. Ventimila persone hanno fatto la fila per andare al Mercato centrale di Torino, dicono le cronache, mentre Nomisma avverte il pericolo "bolla" per i troppi ristoranti che stanno stravolgendo i volti delle città. Sembra una torre di Babele dalla crescita incontrollata: chiudono i negozi al dettaglio (meno 11% in dieci anni) ma crescono bar, take away e posti dove il cibo viene somministrato a tutte le ore. E il silenzio viene sommerso dal ticchettio delle forchette, magari anche in questa settimana dove ci si dovrebbe fermare almeno un giorno. Sembrano un monito quelle immagini di Parigi che ci hanno inchiodati inerti, ovunque fossimo. Senza misura non ci potrà mai essere gusto, senza silenzio non si arriva alla riflessione. Dove stanno andando le nostre città, che hanno nuove skyline quasi a voler imporre l'immagine che il lavoro è la sola alchimia che permette il progresso? Ma se le agenzie del lavoro interinale ci dicono che per l'estate i posti di lavoro richiesti sono nel campo del turismo, della ristorazione e dei negozi, significa che la bolla ancora non è scoppiata e tutto asseconda una vocazione del nostro Paese, interconnesso fra turismo ed enogastronomia. Tuttavia il problema è che questa evidenza, anziché diventare oggetto di un'analisi e di un progetto, serve spesso ai politici per dire che "siamo i primi del mondo" e tanti bla bla. Chi analizza invece la bolla? E chi la incanala verso una direzione che non sia di consumo schizofrenico, quanto piuttosto di racconto? Perché bisogna pur dire e scoprire perché Milano è il Duomo, pur accanto al risotto giallo; Barcellona è la Sagrada, pur con la paella e Parigi è Notre Dame, comunque e per sempre.
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