Quando l'ombra della Shoah fece «partire» per sempre quelle mie compagne ebree a scuola dalle suore
sabato 16 gennaio 2010
Frequentavo la scuola delle suore di Nevers che avevano allora il loro istituto sul Lungotevere, di fronte all'isola Tiberina. Dal mio banco vedevo l'ospedale e nelle giornate di piena, quando le acque si alzavano oltre misura, io sognavo di vedere i letti dei malati uscire dalle finestre e navigare come barche. Essendo a quei tempi fatti ancora in legno pensavo che tutti si sarebbero in tal modo salvati. Era quello il momento per la mia insegnante di matematica di chiamarmi inevitabilmente alla lavagna e chiedere: «De Gasperi, dimmi cosa stavo dicendo. È possibile che stai sempre nelle nuvole?». «Non nelle nuvole, guardavo l'acqua». La classe si metteva a ridere. Erano tutte dalla mia parte, anche quelle due sorelle dagli occhi scuri e dai cognomi ebraici, sempre un po' riservate, silenziose. L'istituto delle suore francesi era per noi, figlie di un ex deputato perseguitato dal fascismo, come per queste ragazze ebree, un rifugio. Era possibile frequentare la scuola senza per questo avere la tessera che il regime allora richiedeva agli insegnanti delle scuole pubbliche e agli allievi che si presentavano agli esami di Stato. Le suore imponendoci una divisa ci evitavano quella di piccole italiane che ogni sabato nelle altre scuole era utile portare. La sinagoga era vicina alla scuola e noi ci passavamo davanti quasi con paura, tenendoci lontane sul marciapiede e smettendo, quasi fossimo d'accordo, il nostro chiacchiericcio inutile. «Assenti», scrissero un giorno sul registro le insegnanti di latino, matematica, italiano. Assenti anche oggi. Assenti per sempre. Delle nostre compagne non sapemmo più nulla. «Son partite», ci risposero le suore, e noi ragazze che leggevamo poco i giornali, quando nelle famiglie era difficile sentire una critica al governo o una parola sulla deportazione degli ebrei, voltammo le pagine dei nostri libri per legger la storia dei popoli fenici e delle loro imprese. Nostro padre, che nell'insegnarci come vivere non usava la critica quanto il racconto della verità, quella sera aprì la Bibbia e ci disse che cristiani ed ebrei avevano lo stesso Dio. C'è in una scatola una collana di ambra con un turchese al centro: lavoro antico montato in argento scuro con una chiusura particolare. Me la portò il giorno del mio matrimonio Falber, un ebreo apolide che, scampato dalle persecuzioni naziste nella Polonia, aveva chiesto il mio aiuto per gli ebrei che passavano dall'Italia per raggiungere la Palestina. Lavoravo allora accanto a mio padre alla Presidenza del consiglio e riuscivo ad ottenere i permessi richiesti per questo popolo che ha avuto e ha ancora il destino di essere perseguitato e che non trova pace nel nostro mondo pieno di contraddizioni. La patria che si è ricostruito è sempre teatro di guerra. Noi cristiani abbiamo fatto molti passi in avanti per riconoscere i nostri torti nei loro confronti. Mentre cerchiamo, fra le nostre file, di distruggere quella insistente sfiducia che ancora sopravvive malgrado le nostre parole di fraternità e di amicizia. C'è un unico pino davanti alla mia finestra dove un piccolissimo uccellino salta da un ramo all'altro. Quale posto occupa nell'immensità dell'universo?
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