Quando Alcide non volle che mettessi la divisa
sabato 31 gennaio 2015
Mia sorella Lucia ed io andavamo a scuola dalle suore di Nevers sul Lungo Tevere accanto alla Sinagoga e di fronte all'Isola Tiberina. Il mio posto, causa la mia statura, era all'ultimo banco vicino alla finestra, il che mi dava il vantaggio di poter vedere ciò che succedeva nell'isola dove è uno dei più noti ospedali della capitale. Ancora oggi, con le grandi piene, le acque del fiume raggiungono le basi del fabbricato ed io che allora amavo l'avventura, sognavo di vedere i letti degli ammalati galleggiare a mo' di barche sulle acque gialle del sacro Tevere. Con le suore si doveva parlare francese quando le si incontrava per le scale o nei corridoi dove il nostro «bonjour ma mère» doveva essere accompagnato da un piccolo inchino. In compenso il nostro abito blu ci metteva a riparo dalle divise fasciste che erano portate da chi frequentava la scuola pubblica.Finché un giorno venne un'ispezione del Ministero che obbligava, anche per gli esami interni alla scuola, a indossare l'uniforme di piccole italiane. In casa De Gasperi questo fu sentito come un abuso e quando dovetti chiedere a papà se potevo acquistare quella divisa mi sentii rispondere: «Assolutamente no». «Ma allora, non posso continuare la scuola, come devo fare?». «Non studi», disse tranquillamente. I grandi sacrifici che il regime gli aveva imposto togliendogli la libertà, il lavoro, i contatti sociali e infine la sua carriera politica gli avevano suggerito quella dura risposta. Poi tutto finì quando la mamma mi fece fare una gonna nera a pieghe ed una camicetta bianca che poteva assomigliare, pur non avendo nessuno stemma, alla divisa richiesta. In questo modo ebbi la possibilità di sostenere i miei esami, ma appena giunta a casa tutto l'abito venne tagliato in piccole strisce per tacitare il nostro rimorso di avere disobbedito al pater familias.Noi ragazze non ci eravamo accorte della terribile tragedia che si andava consumando anche vicino a noi quando chiedemmo alle suore dove erano andate le nostre compagne di banco dal cognome ebraico. Non ci fu risposta. Gli ebrei di Roma nel freddo di quelle mattine condivisero la sorte infame di tutti gli ebrei d'Europa. Furono portati lontano, in silenzio, senza ribellione perché il fatto si presentava nella sua tragicità così fatale da non avere domande. Dopo la guerra, quando mi chiesero di aiutare gli ebrei che fuggivano dai Paesi dell'Est per raggiungere quella terra, al di là del mare, che non era ancora Israele, riuscivo ad ottenere da mio padre, presidente del Consiglio, un documento di passaggio dall'Italia per chi apparteneva a questo popolo in cerca di una patria.Conservo con grande cura un piccolo volume dei Salmi pubblicato in lingua ebraica dove c'è questa dedica: «A De Gasperi che ha lavorato per l'umanità con amore, energia e un profondo sentimento dell'eterna dottrina senza nessuna differenza tra uomini che appartengono a cittadinanze diverse».
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