mercoledì 16 maggio 2018
«Non ci resta che pregare». Davanti a persone o situazioni critiche, che si aggravano progressivamente mentre tutti i nostri umani tentativi di portare un miglioramento si infrangono, ci rivolgiamo alla preghiera come estrema risorsa. Talvolta questo atteggiamento è animato, come dovrebbe, dalla speranza; più spesso però giunge nel momento della disperazione. Non è il caso di don Marco Sanavio, direttore delle comunicazioni sociali della Chiesa di Padova, che ha appena composto una «preghiera per la digisfera» pubblicata, in forma parziale, sul sito diocesano ( tinyurl.com/ycdqjmkj ). L'operosità del suo apostolato nel e per il mondo digitale è ben nota ai lettori di “Avvenire” e di questa rubrica; l'ultimo atto è stato la consegna al presidente della Cei cardinal Bassetti, il 12 maggio, nell'ambito del Festival biblico, di un Manifesto per diffondere il bene nell'ambiente digitale, ribattezzato Dichiarazione di Padova. Dunque, chiedere l'aiuto, il sostegno e la guida del Signore Gesù per ottenere che l'aria di questo mondo sia più pulita e l'acqua più limpida equivale non a dire che non c'è nient'altro da fare per un cristiano, ma al contrario che c'è molto da dare se, anche da dietro a uno schermo e a una tastiera, si vuole tenere come punto di riferimento il Vangelo, al quale ogni intenzione della preghiera è saldamente ancorata.
La rileggo e la vedo attraversata soprattutto da una preoccupazione, quella dell'autenticità: quanto ai contenuti che condividiamo (ce lo ripetiamo ormai da tempo) e quanto a ciò che di noi stessi diciamo o non diciamo, abusando degli anonimi e degli pseudonimi. C'è poi un'intenzione che sento più mia, rispetto al lavoro di monitoraggio quotidiano che effettuo: «Tu che ci hai ammoniti dicendo: “Uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli”, manda il tuo Spirito perché possiamo scegliere con coscienza i percorsi digitali che influenzano il nostro pensiero e le nostre decisioni».
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