Ponti, storia italiana dalle radici profonde
sabato 2 febbraio 2019
L'esperienza mi dice che alle spalle di una storia ricca di valori e risultati che durano nel tempo come in Ponti, c'è sempre una persona, spesso una famiglia, che li ha resi possibili. Così, quando ho incontrato Lara Ponti, l'attuale responsabile con il cugino Giacomo della conduzione dell'azienda, le ho chiesto la possibilità di incontrare il padre Cesare che, con il fratello Franco, ha condiviso per quasi 50 anni proprietà e gestione. L'incontro per l'ennesima volta mi ha confermato che in Italia esiste un tessuto di aziende che fanno della tradizione un punto di partenza per innovare guardando al futuro ma con i piedi ben piantati in una cultura del lavoro che forse non ha eguali al mondo. «L'azienda è nata nel 1867 – mi racconta Cesare Ponti – anche se alcuni documenti parlano di un'attività già presente nel 1787. Io e mio fratello siamo entrati in azienda da giovanissimi ma grazie alla vicinanza con mio padre conoscevamo bene i punti di forza e i valori – divenuti per noi giovani principi di vita – con i quali la nostra famiglia l'ha sempre condotta: l'impresa vissuta come un bene del territorio da salvaguardare; il rispetto per il lavoro di ognuno; il desiderio di valorizzare tutti i dipendenti: un principio che ci ha portato ad avere un rapporto molto collaborativo con i sindacati con i quali tutt'oggi condividiamo diversi progetti». Oggi l'azienda non sembra dimostrare così tanti anni visto che è leader in Italia nella produzione di aceto e di conserve con circa 200 dipendenti distribuiti in 6 unità produttive e un fatturato che nel 2018 ha superato i 118 milioni. Una realtà che ha saputo innovare di continuo sia sul fronte della produzione che su quello organizzativo e marketing, divenendo un'eccellenza nel suo settore, pronta ad altre sfide grazie ad un ricambio generazionale avvenuto nello stile che ha sempre contraddistinto la famiglia. «A questo proposito credo che tra gli errori commessi nel '68 – riprende Ponti – ci sia stato anche quello di aver disgiunto la figura del "padrone" da quella del "padre" e di non aver costruito modelli alternativi. Nel nostro settore la concorrenza è sempre stata altissima e dovevamo eccellere recuperando efficienza in ogni area dell'azienda. Abbiamo sempre posto grande attenzione ai controllo di gestione, così come abbiamo sempre curato di persona la comunicazione e la logistica, ma ciò che negli anni ha fatto la differenza è stata la volontà di gestire l'azienda con la logica del "padre" che sa dirigere i suoi verso un fine comune». Lo fisso mentre mi racconta con passione ciò che ha fatto per anni e mi verrebbe voglia di fare tante domande ma una è d'obbligo: adesso che avete lasciato ufficialmente le "redini" ai figli c'è un messaggio che vuole ribadire a loro e a chiunque oggi si trovi a fare impresa in Italia? Cosa le hanno lasciato in eredità tutti questi anni? «Credo che dovremmo essere molto contenti di essere nati in un paese come l'Italia – risponde immediatamente – un luogo che ha saputo accogliere le diversità territoriali, portarle a sintesi e grazie a ciò innovare e produrre la bellezza che tutti ci invidiano. Da imprenditore cattolico aggiungo che tutto questo è avvenuto anche perché le famose radici cristiane che l'Europa non ha voluto citare nella sua costituzione sono reali e hanno contribuito a creare quei principi che fondano il lavoro e permettono di costruire una comunità solidale. E questa tradizione oggi è viva in tantissime persone che condividono quei valori quasi senza rendersene conto, come se fosse brace sotto la cenere». Qualche giorno fa ero ad Auschwitz per il Giorno della Memoria e non è stato facile. Tutto quell'orrore fa sorgere mille domande. Però durante la visita ho visto le scolaresche che provengono dall'Italia, in assoluto le più numerose, così come moltissimi altri nostri concittadini che onorano quel ricordo. Allora ho ripensato alle ultime parole di Cesare Ponti e forse ho capito meglio ciò che voleva dirmi. Ha ragione, anche oggi è giusto continuare a condividere semi di bene perché esiste un terreno profondo che prima o poi li farà germogliare.
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