giovedì 12 luglio 2018
Paolo è debitore alla filosofia di cui la sua Tarso era un importante centro accademico, lo stoicismo, dell'idea della conoscibilità di Dio attraverso il mondo creato. Questo pensiero respira in lui in modo dismetrico. Se da una parte c'è il polmone filosofico che si dilata dall'altra parte c'è anche la sua convinzione religiosa che dà fiato a questo pensiero. L'apostolo legge il creato come un servizio fatto all'umanità intera, una specie di biglietto da visita che Dio consegna ai pagani per manifestarsi anche a loro. Così si esprime nella lettera ai Romani: «Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengano contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute» (1,20). Dio non ama latitare. Se nella vita di Israele si rende presente attraverso l'esodo e la tôrah per tutto il resto del genere umano vuole che ci sia una parola che esprima non solo quanto è capace di fare, ma che lo fa per amore. Paolo parla di potenza e divinità, perfezioni invisibili di Dio. La prima esprime l'assenza di limiti nell'agire, la seconda l'alterità rispetto al mondo, dimensione nella quale però Dio non desidera rimanere imprigionato. Preferisce spalancare la porta dell'amore perché nel mondo da lui creato ci siano tracce che rimandano a lui.
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