Per un governo davvero «doc», prendiamo esempio dai consorzi del vino
mercoledì 16 maggio 2018
Ma se ciò che accade in politica fosse lo specchio di quanto esiste nella realtà? La difficoltà a trovare accordi, gli strappi e le divisioni sembrano diventati prassi comune.
Nei giorni scorsi in Oltrepò Pavese hanno eletto i membri del consiglio del Consorzio di Tutela. E immediatamente dopo c'è stata una scarica di dimissioni, con l'accusa d'essere tornati indietro nel tempo. Nel frattempo a Gavi veniva eletto il più giovane presidente di Consorzio della storia: Roberto Ghio, 41 anni; ma anche lì pochi anni fa c'era stata una spaccatura analoga, con la nascita di un'associazione di produttori.
L'oggetto del contendere è la ponderazione dei voti: non vengono conteggiati in base alle singole aziende, ma al volume produttivo, per cui alla fine il potere rimane sempre – se la matematica non è un'opinione – in mano agli enopoli. E qui si apre il divario, giacché è possibile che un enopolio (che ha la necessità di vendere grandi quantitativi di vini) persegua interessi diversi da un nucleo di piccoli produttori, magari bravissimi e riconosciuti anche dalla critica internazionale, i quali hanno puntato tutto sulla qualità. Che ovviamente è una parola generica quanto libertà, perché chiunque a modo suo può dire di fare qualità – il problema è che venga riconosciuta.
Appare chiaro che la legge che regola i Consorzi di tutela avrebbe bisogno di qualche revisione, essendo nata quando ancora non si era sviluppata la crescita qualitativa del vino ad opera di tante piccole aziende. Ma nessuno ci vuol mettere mano perché un piccolo produttore di vino è un voto, mentre un enopolio con centinaia di soci sono masse di voti...
La qualità insomma deve scendere a patti con il potere, a meno che un enopolio (e accade in tante parti d'Italia ormai) si sia allineato alla qualità riconosciuta. Ma c'è pure chi dice: ben vengano i piccoli, bravi produttori che portano nel mondo la fama del territorio; più cresce il brand, più ne beneficiano tutti. Salvo poi avere le carte per decidere regole e strategie.
Ora, mentre un imprenditore di vino dell'Oltrepò che proviene da altri settori si è messo a disposizione per trovare una ragionevole soluzione azzerando l'esito delle votazioni, altri avrebbero voluto subito la stessa persona a capo del governo (ops, del Consorzio). Come andrà a finire a Roma, e come nel Consorzio, lo sapremo nei prossimi giorni.
Intanto diventano notizia i casi di unità. Sabato a Castagnole Monferrato i produttori del Ruché c'erano tutti e dalla più piccola doc d'Italia stanno giungendo al milione di bottiglie; un percorso virtuoso che dovrebbe essere la norma. Invece mettersi insieme per il bene comune è diventata l'eccezione. Mentre è il capovolgimento di cui abbiamo bisogno.
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