domenica 28 luglio 2013
«Le parole sono pietre», ha scritto Carlo Levi. E mai come nel libro di Victor Klemperer, La lingua del Terzo Reich, possiamo renderci conto del valore profondo di questa semplice affermazione. Perché, ci spiega l'autore, ebreo tedesco sfuggito alla deportazione e poi vissuto nella Germania comunista, i totalitarismi inventano una propria lingua e tendono a distruggere quella che era espressione della società che li aveva preceduti. E non solo creano nuove parole adatte a sollecitare il consenso e l'identificazione cieca del popolo o modificano le vecchie, come fanatismo, vittoria totale, stirpe, ma attraverso la loro ripetizione e l'uso costante dell'aggettivo superlativo le trasformano in strumenti di guerra. E la denigrazione violenta dell'avversario fa parte di questa trasformazione che dalla lingua passa alla mente, da linguistica diviene antropologica. Anche il terrore giacobino e poi il totalitarismo comunista hanno creato un loro linguaggio, declinando i termini della cultura del sospetto e del tradimento. E anche qui lo sbocco fu mortale. Se ne deduce che le parole vanno sorvegliate, usate secondo il loro significato, mai gridate a ferire o a distruggere l'avversario. Toni sommessi, pacati: uno strumento vitale per la libertà.
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